Dic 06

La mia Sicilia

Quasi cinque anni fa mi sono trasferita a Genova.

La sera che ho lasciato la Sicilia, guardavo la sua costa allontanarsi e speravo che quel distacco mi potesse permettere di recuperare i ricordi più belli della mia terra.

E’ accaduto.

Ora ricordo: i mandorli in fiore che costeggiano la valle e sorridono ai templi; il giardino della Colimbetra, piccola oasi nel fondo sacro di un luogo antico; le bianche cascate di roccia della scala dei turchi che si gettano a mare potenti e orgogliose; i sorrisi della gente che passeggia per la via Atenea a Natale; il profumo della frutta di martorana, paffuta e allegra, deposta sul piatto accanto alla mia letterina per i morti, e lo sguardo elegante e tenero della dama di zucchero; gli occhi materni di mia nonna che cerca la sua borsa, nascosta in un cantuccio della casa da me e mio fratello per non farla andar via; il suono del mio dialetto che colmava le vie dando colore a ogni cosa e parola all’ineffabile; la mano di mio padre che si poggia sulla mia per darmi coraggio quando la vita si scordava di pagare i suoi debiti; l’orgoglio negli occhi di mia madre quando parlava di me alla gente; la ricchezza dei miei amici che capivano ogni mio gesto, ogni mia parola, ogni mia verità senza altre spiegazioni; gli incontri casuali con i vecchi compagni dell’infanzia, che presentificavano ogni antica memoria; la voce della mia maestra e i suoi goffi movimenti che mi hanno insegnato a insegnare senza paura di amare; le mani che si incontravano di conoscenti, di amici, di parenti, di amori; le processioni di ogni Dioniso che il mio popolo chiama santo, con la gente che urla, che tocca il fondo della follia sacra, perché per un giorno è concesso loro di abbattere ogni razionalità e vivere fuori dal tempo; la mia Sicilia e il suo paesaggio che corre arido, ma conturbante, che si trasforma in colline e montagne, sfidando la ferocia dell’uomo, seminando musica e piacere come canne di un organo o seno di donna.

Ricordo, adesso.

Lo stesso, però, la rabbia m’impedisce di godere dello spazio intimissimo che ho riservato alla mia terra.

Sto ascoltando Glenn Gould e comprendo l’origine da cui e in cui ogni mia delusione di essere umano defraudato procede, trasformandosi in un sentimento angoscioso di impotenza.

Ho contato le dominazioni. Greci, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, piemontesi. La mia Sicilia. Una terra da depredare, da soffocare; una popolazione che a poco a poco ha imparato l’accettazione, il ricatto, la violenza, ricapitolando in ogni nuova generazione quei sentimenti che possono a buon diritto essere annoverati in una morale della passività, dell’ingenuo paternalismo, del vile assenso, dell’attesa del nulla. Ho contato gli uomini che hanno reso la mia terra uno sfacelo. Quelli a cui ancora la storia inneggia. Primo fra tutti il mio concittadino Crispi e il genovese Bixio.

Ho contato tutti i mali fino al nostro personale satana, il più grave male nato che potesse partorire il male ricevuto: la mafia.

Ecco il vero dominatore della Sicilia, che ha inferto il colpo fatale a un popolo deprivato ormai di ogni speranza.

Sono cresciuta con questa tara, vivendola come la tomba di ogni ribellione, come una macchia nella mia identità originaria, come una vergogna da nascondere, che mi portava a dire, anche a me: “Io la mafia non l’ho mai vista”.

Invece l’ho vista. L’ho vista quando ho incontrato l’orrore negli occhi degli empedoclini dopo la strage di Porto Empedocle che oggi tutti conoscono come Vigata; quando ho avvertito la vergogna dei miei concittadini per l’assassinio del giovane Livatino di cui non parlavamo per non rievocare il male;  quando ho provato rabbia per l’assenza dello Stato il giorno del funerale del povero Stefano Pompeo, bimbo di 12 anni, ucciso a Favara in un agguato.

L’ho vissuta nel mio piccolo mondo familiare, quando a mio padre, imprenditore, chiesero il pizzo; quando non potevo chiamare nessuno perché sentivo il click del telefono sottocontrollo; quando i carabinieri stavano davanti casa mia o all’uscita del liceo. L’ho sentita sin dentro alle ossa la sera in cui mio padre ci chiuse nella stanza da letto della nostra villa sul mare, prese la pistola e scese, spaventato come mai l’avevo visto, nel piano sottostante, credendo che fosse giunta la fine. Ricordo mia madre che ci stringeva, sperando di farci scomparire nel suo petto, terrorizzata. Invece era soltanto un festone di Natale che, cadendo, si era ripiegato riproducendo i passi di uomo. Ricordo lo sguardo di mio papà quando riaprì la porta  della stanza in cui aveva nascosto il suo tesoro. Ricordo l’abbandono della casa d’infanzia, perché troppo isolata, per vivere in un piccolo appartamento senza le mie piante e i miei animali.

Ho visto anche l’atteggiamento mafioso, quando ogni mia iniziativa professionale o sociale veniva inibita nella meta, perché avrei dovuto scendere a compromessi ai quali non sono mai scesa; l’ho visto nel controllo dei voti, concessi a molti lestofanti in nome del riconoscimento di diritti miseri, calpestati e vilipesi; l’ho visto in ogni etica resistente al progresso, alla parità dei sessi, all’evolversi dei tempi.

 

La mafia esiste, sì, esiste tra noi al pari di un vicino di casa. Ha pure un figlio, ormai anzianotto, che si chiama “atteggiamento mafioso”.

La mafia esiste concretamente e non ha pietà. Non ha pietà di un bambino, Giuseppe Di Matteo, che mentre urla “mamma” viene strangolato e poi sciolto nell’acido mentre il suo assassino mangia un tramezzino; non ha rispetto dei luoghi sacri, anzi ci piscia per sfregio mentre Don Puglisi, colpito alla nuca e agonizzante, muore  nel giorno del suo compleanno; non ha compassione di Domingo Buscetta, puro come l’acqua santa.

E le stragi? Via d’Amelio, a distanza di due mesi dalla strage di Capaci, e poi Milano, Firenze. Altri bambini, Caterina Nencioni di 2 mesi, Nadia Nencioni di 9 anni; altri giovani uomini: Dario Capolicchio di 22 anni.

Un sicario sigla tanta cattiveria animalesca (non me ne voglia davvero il regno animale): Gaspare Spatuzza.

La mia Italia, adesso, dimenticherà e mi proporrà Spatuzza come eroe nazionale, magari gli intitoleremo delle vie e faremo di lui un baluardo della cristianità perché studia teologia e non se li vuole mangiare più i tramezzini mentre scioglie i bambini nell’acido e non vuole pisciare più su chi agonizzante gli crepa davanti per mano sua. Lui è un eroe, perché si è pentito.

Non mi vergogno più soltanto della mia Sicilia ora mi vergogno dell’Italia che si serve ancora della mafia invece di agire con coraggio.

Aspetterò, da siciliana quale sono, che la piena passi, nel silenzio dell’accettazione passiva, nel disgusto pieno di me stessa in quanto cittadina impotente, fagocitata dalla rabbia implosami dentro per chi rende degli assassini abominevoli – che uccidono anche quando non uccidono, perché hanno raso al suolo la Sicilia cementificando ogni speranza – degli eroi.

Ci meritiamo Spatuzza eroe nazionale.

Gli unici a non meritarselo, di certo, sono quei piccoli eroi che oggi, qualunque verità nasconda la morte, stanno meglio di noi.

Da oggi, per me, la destra e la sinistra sono soltanto le mani con cui lavoro.

Caliti juncu”

Caliti juncu chi passa la china…

E chiovi, chiovi e la fiumara ‘ngrossa

A cu non è forti appressu s’ù trascina !

‘Mpuzza la schina e li radici ‘nfossa

E Diu ti scansi di morti e di ruvina…

Caliti juncu chi passa la china!

Ago 04

Serata in onore di Pippo Montalbano

Non amo Luigi Pirandello perché è un mio concittadino, non lo apprezzo perché l’ho letto, non lo ritengo il più grande perché l’ho studiato, non lo conosco perché ne ho frequentato gli stessi luoghi. Se io lo amo, lo apprezzo, lo ritengo il più grande e persino lo conosco è grazie a Pippo Montalbano, che ha sempre interpretato i suoi personaggi facendoli vivere davvero. Qualcuno magari lo ricorderà per il film I Cento passi su Peppino Impastato o per La meglio gioventù o per la partecipazione alla serie del commissario Montalbano, per me Pippo Montalbano era molto di più di un attore, era storia, era cultura, era capacità di essere altro da sé rimanendo sempre se stessi.

Pubblico con grande piacere l’evento che si svolgerà il 7 agosto a Montaperto (Agrigento) dove spero di incontrare tanti amici.

Quelli che sono altrove, li invito a conoscere Pippo Montalbano:

http://www.youtube.com/watch?v=sM-cFhKKYUA&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=6

http://www.youtube.com/watch?v=gdj9T2s32JM&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=7

http://www.youtube.com/watch?v=lz1TMGAxT6Q&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=3

http://www.youtube.com/watch?v=LspVIsjwdaw&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=2

http://www.youtube.com/watch?v=TeOgCRO-Qwg&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=4

http://www.youtube.com/watch?v=QqbSUA6S7LE&feature=PlayList&p=4857B268019B8063&index=1

http://www.pippomontalbano.org

Evento

Arsira mi curcavu a lu sirenu . Ricordando Pippo Montalbano

Data:
venerdì 7 agosto 2009
Ora:
21.00 – 23.00
Luogo:
Montaperto
Indirizzo:
Piazza San Giuseppe
Città/Paese:
Agrigento, Italy
Prendono il via le prime manifestazioni in ricordo di Pippo Montalbano. Il Comune di Agrigento, insieme alla famiglia dell’attore, organizza il giorno 7 agosto 2009, nella piazza centrale di Montaperto, una serata dal titolo: «Arsira mi curcavu a lu sirenu – Ricordando Pippo Montalbano», alla quale prenderanno parte tanti amici artisti – solo per nominarne qualcuno il musicista Francesco Buzzurro, i Triquetra e il soprano Sara Chianetta – che, volontariamente e gratuitamente, hanno dato la loro adesione e il loro contributo a questa speciale manifestazione che inizierà alle 21,00 e vedrà alternarsi attori, cantanti, musicisti, poeti ed altri che, avendo conosciuto Pippo, non hanno voluto far mancare la loro presenza in un momento così affettuoso e solenne.
Tra le autorità, è atteso il sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, il quale ha fatto sapere che durante la serata comunicherà una iniziativa dello stesso Comune, in ordine alla quale, però, non ha voluto anticipare il contenuto. Fra pochi giorni sarà svelata questa sorpresa…
Intanto fervono i preparativi per organizzare una serata all’altezza delle aspettative e – sopratutto – per far si che il pubblico presente possa portarsi a casa un ricordo di Pippo all’altezza di ciò che questo grande uomo ed artista ha saputo lasciare.
L’ingresso è libero, per cui vi invitiamo a partecipare in tanti.
Vi aspettiamo, quindi, per un’altra serata in nome del buon grande Pippo.

Lug 29

L’ospedale di Agrigento e lo scecco di Raffieli

Antefatto: “Agrigento, sigilli all’ospedale di sabbia” – Sequestrato l’ospedale di Agrigento dopo 5 anni dalla sua inaugurazione. Gravi carenze strutturali dell’intero complesso ospedaliero, tali da esporre a gravissimo rischio sismico l’intero edificio, sono la causa del sequestro preventivo dell’intero complesso e del prossimo sgombero, dietro provvedimento della Procura della Repubblica di Agrigento.

Oggi, ascoltando un telegiornale, mia madre ha commentato la riflessione di una cronista, che, giustamente, si chiedeva: – Come faranno gli agrigentini a resistere senza ospedale?-.

Mia madre ritiene di saperlo.

E io pure.

Lettera alla cronista che non sa.

Mia cara cronista di non so quale rete televisiva,

lei si chiede come gli agrigentini riusciranno a resistere senza ospedale. Prima di tutto le vorrei spiegare, nel caso non lo sapesse, che noi agrigentini eravamo consapevoli che l’ospedale versava in gravi carenze strutturali.

No, non siamo esperti e neanche omertosi o, peggio, mafiosi, abbiamo gli occhi per guardare, oltre che per piangere. Tutto qui. Infatti, anche se non sappiamo come di solito in Italia vadano le cose rispetto a noi, riteniamo che in un ospedale nuovo, la cui costruzione è avvenuta in soli vent’anni (la celerità è il volano del nostro successo), non possano essere giustificate le crepe sui muri e una pavimentazione ondulante in linoleum, che, quando non riusciva più ad aderire, mostrava il manto sottostante di “calcestruzzo friabile” (è una nuova tipologia di calcestruzzo tipica delle nostre zone), senza massetto dunque tra il rivestimento superiore e lo strato inferiore.

Non so se veramente si trattava di linoleum o gomma o vinile o simili, dipende da quale costa meno.

Se lei mi sa dire quale costa meno, poi io le dico quale hanno usato certamente.

Comunque, come vede lo sapevamo. Peraltro questa verità, evidente, circolava di bocca in bocca, ci voleva soltanto qualcuno che avesse la forza di metterla per iscritto dopo soli venticinque anni, un trasloco, l’invasione del precedente edificio, un’inaugurazione e più di mille lavoratori coinvolti. Soprattutto però ci voleva (era necessaria insomma) l’imprevedibile follia di sequestrarlo. Così a soffrire sono soltanto quegli ingrati degli agrigentini mentre i poveri colpevoli saranno costretti a pagare le spese legali per dimostrare la loro purezza.

Qualche capatina, all’ospedale, di tanto in tanto, ce l’ho fatta anch’io: per mio zio (che poi è morto), per la nascita di mia nipote e dei figli di amici, per mia nonna e per qualche altra persona conoscente; a volte, prima di trasferirmi in Italia, mi sono pure servita del pronto soccorso. Quindi io ho avuto modo di visitare il castello di sabbia e rimanere senza parole di fronte alla resistenza della struttura.

Si rende conto che pur essendo passati cinque anni ancora non era caduto?

Questa è la vera notizia per noi!

Abbiamo superato il record di resistenza dei castelli di sabbia.

Certo, ammettiamo che ci ha anche aiutato tanto il fatto che Agrigento non è proprio una zona a rischio sismico, perché se lo fosse stata oggi non avremmo il problema dello sgombero, non essendoci ospedale.

Insomma, essendo altamente improbabile un terremoto, un maremoto, una colata lavica e simili, ci hanno pensato loro a deprivarci di cotanto pericolo.

Ebbene sì, mia cara cronista di non so quale rete televisiva, ci hanno tolto un altro pensiero: l’ospedale.

Le faccio un elenco brevissimo per rispondere senza tanti giri di parole alla sua domanda.

Gli agrigentini riescono a vivere senza:

acqua corrente

acqua potabile

autostrade

superstrade

aeroporto

servizi pubblici (ultimamente ho visto circolare due nuovi autobus bianchi, però)

mare non inquinato

a volte anche senza luce (ogni tanto se ne va via)

rete fognaria (in alcune zone finisce a mare poiché i pennelli che dovrebbero spingere i liquami non funzionano e quindi…)

e ora anche…

tatatatà…

l’OSPEDALE!!

E per concludere

Mia cara cronista di non so quale rete televisiva,

lei conosce la favola dello “scecco di Raffieli?”

Gliela racconto.

C’era una volta un certo Raffaele, per gli amici Raffieli, che possedeva un asino. Purtroppo Raffaele era un po’ tirchio e forse anche povero, di certo tanto ignorante. Giunse alla conclusione che il suo asino gli costasse troppo e così decise di abituarlo a non mangiare più. Ogni giorno gli dava sempre meno biada sino al giorno in cui provò a non darne più. L’asino, mesto, non scalpitava. Stava lì fermo, rassegnato e forse un po’ triste. Ci stava però che fosse amareggiato. Raffaele era felicissimo, perché lo “scecco” (asino) sembrava essersi proprio abituato. Fino a quando un giorno morì e così commentò Raffaele: -Propriu ora avia a moriri, ca c’avia insignatu a un mangiari cchiù? (proprio ora doveva morire, che gli avevo insegnato a non mangiare più?)-.

Noi agrigentini siamo come lo scecco di Raffieli.

In silenzio abbiamo sempre accettato, in silenzio continueremo a subire.

La domanda su cui dovrebbe riflettere in realtà è questa: – Chi è Raffieli in questa saga all’ultimo sangue?-

Mi creda non sta soltanto tra quei 22 indagati.

Se strappiamo il velo di Maya, ci accorgeremo che Raffieli siamo tutti noi, compresa lei purtroppo.

Giu 13

Intervista di Raffaella Forte

I MESTIERI DEL FUTURO

Il Consulente filosofico

intervista di Raffaella Forte

su Guida alla maturità 2009 p.47

 

Filosofia, croce e delizia degli studenti. Per molti si tratta di una materia che appartiene ad un passato lontano, troppo ‘antica’ perché la si possa considerare una base promettente per il futuro. Eppure, tra le professioni dell’avvenire c’è quella del consulente filosofico. Giusy Randazzo ne sa qualcosa, oltre ad essere un’insegnante di filosofia, è anche presidente dell’Associazione Italiana Psicofilosofi (www.psicofilosofia.it), che dal 2000 si occupa di consulenza filosofica.

In che cosa consiste il lavoro?

Innanzitutto, la filosofia non nasce come pura dissertazione e non è fine a se stessa. Oggi più che mai c’è l’esigenza di ricercare un contatto one-to-one, di dialogare con qualcuno, ma su temi che siano più profondi, più ricchi di senso, rispetto alla chiacchiera che ci propinano continuamente i media. La spia di questo bisogno è già presente nelle chat, nei social network come facebook. Nel mondo virtuale si cerca una soddisfazione altrimenti inappagata nella vita quotidiana. C’è un desiderio di discorsi che abbiano un senso, che siano in grado cioè, di stimolare il pensiero, offrendoci continui interrogativi. Il consulente filosofico non è un saggio, non è qualcuno che se ne va in giro con la verità in tasca. Gli ambiti di intervento sono tanti, come tante sono le pratiche filosofiche: penso al dialogo socratico spesso utilizzato nelle scuole, alla consulenza nei contesti aziendali. In quest’ultimo caso, ad esempio, si avrà riguardo per le dinamiche interne al gruppo di lavoro, sia a livello orizzontale, e mi riferisco al rapporto tra i dipendenti, sia verticale, come nel caso delle relazioni che si instaurano tra un capo e i suoi sottoposti. Tra le pratiche filosofiche più note, è bene ricordare anche i café-philo, dove i grandi temi della filosofia vengono affrontati in pubbliche discussioni all’interno di bar, pub, biblioteche o librerie.

Il consulente filosofico può intervenire a sostegno di particolari problemi della sfera personale, un po’ come se fosse uno psicologo?

Molti psicologi sono laureati in filosofia. La stessa psicanalisi ha un impianto filosofico. La consulenza filosofica, in quanto tale, crea sicuramente uno spazio privilegiato di ascolto, ma è differente dalle discipline psicologiche. Coesistono, in effetti, due scuole di pensiero: la consulenza filosofica intesa come relazione di aiuto e la consulenza filosofica intesa come dialogo filosofico. Nel primo caso è sicuramente teoricamente più vicina all’attività propria del counselor, volta per lo più al sostegno, al supporto e all’aiuto, anche in vista di una risoluzione della problematica individuale. La consulenza filosofica, però, proprio per la sua matrice essenzialmente filosofica non può avere questa finalità, poiché non considera il problema nell’accezione comune, ma come próblema, che in origine significava ostacolo, ma in seguito assunse il significato di ‘proporre un enigma o una ricerca’. E’ così che il consulente filosofico ascolta ogni tematica: come una proposta di ricerca problematica. La domanda che si fa al filosofo può riguardare qualsiasi aspetto della propria vita o della vita in genere, non è necessariamente una richiesta di aiuto. In generale, dunque, la consulenza filosofica nasce per riaffermare lo status che è proprio della filosofia, che è desiderio di interrogarsi interrogando. La forza della filosofia, come sostiene Gerd B. Achenbach, teorico e fondatore della consulenza filosofica, è proprio ciò che la differenzia dalle discipline scientifiche, mentre queste si basano su verità consolidate o comunque su certezze acquisite, la filosofia si alimenta ancora di incertezze e di dubbi. La ricerca, dunque, è la vera linfa vitale della filosofia.

Quali studi intraprendere per realizzarsi nella professione? Penso alla laurea in filosofia, master, corsi di formazione…

Negli ultimi tempi c’è stato uno sviluppo dei master connessi alla consulenza filosofica, io stessa ne ho frequentato uno. Ci sono poi, centri di formazione ad hoc (con tanto di convenzioni stipulate con enti pubblici e privati, utili ai fini del tirocinio) come il Centro di Formazione Psicofilosofica di Genova (www.psicofilosofia.eu) che, dopo un percorso triennale, consente di acquisire l’attestato di consulente filosofico e di poter essere iscritto all’albo privato dell’AIP, che comunque non è l’unica in Italia. L’attestato non ha valore giuridico. La professione del consulente filosofico non è, almeno per il momento, regolamentata per legge, ma è stato presentato un progetto di legge, ideato proprio dall’AIP, per il riconoscimento della professione del consulente filosofico e per l’istituzione del relativo albo professionale. Attualmente ogni associazione crea un proprio registro, a cui si può accedere soltanto dopo aver svolto un percorso formativo, al fine, strettamente etico e deontologico, di riunire tutti i professionisti la cui preparazione è accertata, in attesa di un’istituzionalizzazione della professione.

Ago 04

L’acqua ad Agrigento.

Di seguito troverete le mail che per qualche giorno ho continuato a inviare ai giornali. Nessuno mi ha minimamente degnata di un misero cenno. Questo dimostra come in Italia ha voce soltanto chi è “importante”. Almeno voi non mi cestinate

0re 9,00- Agrigento, 4 agosto 2008 – Lunedì

E’ appena finita l’acqua. E’ durata più a lungo del previsto, mai successo: ben 24 ore. La cisterna ora è piena. Qui, a casa dei miei, siamo in nove durante il periodo estivo. Abbiamo una riserva di 9mila litri. Mille litri a testa, insomma. Adesso è piena. L’orgoglio di mia madre, che da ieri mattina ha ritrovato la serenità. Da brava mamma di famiglia ha trascorso la domenica a lavare ogni cosa. Era felice di poter annegare nell’acqua tutto ciò che passava sotto il suo sguardo di nuovo allegro: il viale che circonda la villetta, le piante che boccheggiavano in giardino, le cataste di indumenti che traboccavano dai cestini, la casa oscurata dal silenzio rabbioso. Ovviamente, ognuno di noi ha potuto far uso del bagno, della doccia interna ed esterna, senza dover correre in qualche altra casa distante chilometri per usufruire delle riserve d’acqua conservate dopo il trasferimento nella casa estiva. Io sono andata al mare: mi potevo permettere di tornare a casa sporca di sabbia insieme con i miei figli. Abbiamo cucinato e abbiamo dimenticato per qualche ora che non siamo veramente italiani.

Il problema non è risolto, ovviamente. Mi chiedo, però, e vi chiedo: è normale? Vi rendete conto che Agrigento è una città italiana? Tutti, compresa me, accusano gli agrigentini del silenzio, della passiva accettazione di questo stato di cose, eppure, come avete visto, io ho continuato a inviare mail ai giornali, ma non sono interessati. Nessuno è interessato all’assenza totale del diritto all’acqua in una città italiana. Epperò, sono interessati alla proposta di legge sul riconoscimento del consulente filosofico. Gli dedicano un’intera pagina, a cominciare dalla prima, per sbeffeggiare la sua presunta professionalità e dimostrare sillogisticamente come alcuni deputati al Parlamento si occupino di cose poco importanti. Loro no, invece. Loro che possono urlare contro l’assurdo, che possono dar voce a un gravissimo problema, stanno in silenzio e fanno ironia sul consulente filosofico.

Per onestà intellettuale, devo dire, però, che nel lontano 1995 fu proprio Il Giornale, l’unico quotidiano italiano che raccolse una mia infuriata protesta per il problema dell’acqua ad Agrigento. Scrissero un articolo in seconda pagina. Non basta ovviamente. La protesta deve essere continua. I politici devono stare sotto i riflettori continuamente, perché questa assurdità abbia finalmente vera visibilità. Soltanto così si può imboccare la strada della risoluzione.

Un caro abbraccio,

Giusy Randazzo

Ago 04

L’acqua ad Agrigento. Terza mail inviata a tutti i giornali. Cestinata

Mail inviata alle maggiori testate italiane il 3 agosto. Cestinata 

Ore 8,00- Agrigento, 3 agosto 2008- Domenica

Vogliamo l’acqua! Ma possibile che non freghi niente a nessuno che ad Agrigento manchi l’acqua? Possibile che siano tutti tanto insensibili? Perché non ci aiutate? Perché non fate qualcosa? Sono 12 giorni che “non viene l’acqua”. Non sapete che noi abbiamo espressioni ad hoc per riferirci all’acqua? Perché i miei concittadini non fanno una rivoluzione? Perché siamo tanto cammelli?

Mettono sul tetto i loro recipienti, costruiscono sotto le case le loro cisterne, sotterrano bidoni enormi nei loro giardini e poi tacciono. Il gioco consiste in chi ce l’ha più grande: “Novemila? No, io me la sono fatta di 40 mila litri. Io l’acqua ce l’ho…Ah, finalmente il comune ci ha dato l’autorizzazione per costruire la cisterna sotto il palazzo…Devo cambiare i recipienti di amianto, dicono che fa male e per sostituirli devo pagare perché sono rifiuti speciali, ma come cambio otto recipienti dal 10mo piano?… Acqua? Ah, problemi non ne ho, ho un amico che mi dà l’acqua quasi a gratis e me la porta sino a casa a soli 50 euro…dodicimila litri di acqua…ci faccio due settimane… No, in questa zona problemi d’acqua non ce ne sono, arriva una volta alla settimana e sta quasi mezza giornata…”.

Voi non ci credete, vero? Voi che siete abituati alle autostrade, voi che siete abituati agli autobus sempre sotto casa, voi che siete abituati a un rubinetto dal quale si può anche bere oltre che lavarsi, voi che siete abituati ai diritti. Invece, qui è così. Provate a chiedere a un agrigentino: hai problemi d’acqua?. Se dovesse rispondervi non ne ho, ponetegli allora un’altra domanda: quanti recipienti hai? Quanto è grande la tua cisterna?. Vedrete con quale orgoglio vi risponderà! Gli agrigentini non sanno che hanno diritto all’acqua corrente ovvero a quella cosa che “costantemente” esce dal rubinetto, che si può anche bere senza rischiare la salmonellosi, e che proviene direttamente dalla fonte e non dalle riserve di casa sua. Non si costruiscono case, qui ad Agrigento, se non si è già previsto il posto per la cisterna o per gli amici recipienti. Io stessa dovetti affittare un magazzino per riporre più recipienti quando comprai casa e dopo qualche tempo mi accorsi che non bastavano. Poi mi sono trasferita in una città del nord. Non ne potevo più.

E’ assurdo, incomprensibile come gli agrigentini accettino silenziosamente da decenni una tale situazione. Dimostra come poco ci crediamo italiani, come per noi Italia sia ancora la moglie di Vittorio Emanale II. Dimostra come la paura si sia impossessata geneticamente delle nostre anime dopo tanti secoli di dominio, dopo i tentativi orgogliosi di rivalsa finiti miseramente nel sangue. Al nord, di Agrigento, sanno soltanto che c’è la valle dei templi e, degli agrigentini, che hanno costruito case abusive nel parco archeologico. Ho quasi l’istinto di battere i piedi per terra, come una bambina arrabbiata a cui non lasciano la possibilità di difendersi e di dire la sua. Sono dodici giorni che “non si sente l’acqua”, dodici giorni che ci laviamo “a pezzi” e con parsimonia con qualche goccia d’acqua rimasta nel fondo di una cisterna sporca.

Ieri ho inviato una lettera a tutti i giornali. Avranno pensato: che vorrà questa pazza? Che vorrà da noi che ci facciamo la doccia ogni mattina e profumiamo come neonati? Perché disturba un italiano al lavoro? Non dite che non facciamo niente; non dite che siamo dei parassiti che succhiano da uno stato assistenzialista. Voi siete colpevoli quanto noi di questo stato di cose, perché non urlate, perché vi lamentate come figli gelosi, perché all’estero vi compiacete dei nostri templi, citate Pirandello, Sciascia, Camilleri, Tomasi di Lampedusa come roba vostra, perle di un popolo che non li merita. Non sapete che se non avessero vissuto qui, se non avessero visto quello che abbiamo visto noi, se non avessero provato la rabbia che proviamo noi, se non avessero sentito il dolore per l’indifferenza che sentiamo noi, sarebbero stati dei ferrovieri o dei camerieri o degli impiegati o al massimo degli insegnanti, ma mai dei grandi scrittori! Ancora una volta mi aspetto il silenzio, ancora una volta i miei concittadini, non appena riceveranno la  loro razione di acqua, ritorneranno al loro atavico silenzio e si crogioleranno nell’assurda convinzione di “avere l’acqua”.

Agrigento è in Italia, io sono italiana, voi siete italiani, siamo una nazione, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, insegnate ai miei concittadini a ribellarsi, insegnate loro a capire che hanno diritto all’acqua corrente, ma prima spiegate loro cos’è.

Ore 8.32 L’acqua è arrivata. Rimarrà con noi qualche ora. Il tempo di lavarci, di lavare la biancheria sporca, di lavare la casa, di credere che sia tutto normale. Mia madre già mi invita a lasciare il computer: il problema è risolto. Ecco, questa è la storia. Non dimenticatela. In qualche altra zona della città continua a mancare, ma non ci posso fare niente, mi dispiace per loro “io l’acqua ce l’ho”.

Cordialmente,

Giusy Randazzo

Ago 04

L’acqua ad Agrigento. Seconda mail inviata a tutti i giornali. Cestinata

Lettera inviata a tutti i giornali e alla redazione del Governo il 2 agosto. Cestinata 

Vi prego: urlate con noi. Lettera aperta anche al mio “vecchio” compagno di classe: Angelino Alfano

Ore 11.30, Agrigento, 2 agosto 2008

Sono tornata ad Agrigento giorno 26. Mi sono trasferita tre anni fa a Genova per una serie infinita di motivi e primo fra tutti il fatto che non posso tollerare che una città italiana non abbia acqua corrente, anzi peggio, non abbia acqua! Ho sradicato i miei figli dalla propria terra perché nulla cambierà mai in questa landa desolata e quando mi dicono che la Sicilia ha bei paesaggi e un bel clima, rispondo: “Il sole si compra”. Anche oggi l’acqua non è arrivata, ma oggi la situazione è ancora più grave perché le cisterne sono all’asciutto dopo 11 giorni dall’ultima erogazione. Non ci si può lavare, non si può scaricare l’acqua nel water, non si può andare a mare (qui a San Leone c’è pure il divieto di balneazione), non si può cucinare. La cosa più assurda è che Agrigento si trova sulla costa. E il dissalatore? Il dissalatore che pare depuri 200 L di acqua al secondo? Il dissalatore che sono riusciti a realizzare, dopo decenni di lotte, soltanto l’anno scorso? Eccovi la leggenda metropolitana che circola. Corre voce che l’abbiano dato in gestione a una ditta. Per avere un contratto però bisogna che il cittadino faccia da solo gli scavi, da sé metta le tubature necessarie e per finire si compri il contatore: 1.500 €; ovviamente la squadra di lavoro per il nuovo allaccio la fornisce la ditta. E’ vero, può essere una leggenda metropolitana, doxa comune, che circola come verità, ma se ci dobbiamo attenere ai fatti, allora io vedo e sento soltanto una cosa: non vedo acqua e sento puzza (e non solo a causa delle docce non fatte). Ora, però, voglio dirvi quale popò di politici provengono da questa città. Cominciano dal Parlamento: on Giuseppe Scalia, PDL; On. Vincenzo Fontana, PDL; On. Angelo Capodicasa, PD; on Benedetto Adragna, PD; on Giuseppe Ruvolo, UDC; sen Salvatore Cuffaro, UDC. Continuiamo con l’ARS (Assemblea Regionale Siciliana): on. Roberto Di Mauro (assessore alla cooperazione), MPA; on. Michele Cimino (assessore al bilancio), PDL; on Luigi Gentile (assessore ai lavori pubblici), PDL; on Vincenzo Marinello, PD; on Antonino Bosco (commissione UE), PDL; on Salvatore Cascio, UDC; on Giacomo Di Benedetto, PD; on. Giovanni Panepinto, PD. Per finire il colpo più grosso messo a segno dal Agrigento è, sentite bene, Angelino Alfano, ministro della giustizia. A lui mi rivolgo, a lui che era un mio compagno di scuola e che come me  aveva il problema di arrivare in classe con il grembiulino pulito.

Me lo ricordo, Angelino, era blu e aveva le pieghe ben stirate da mani certamente amorevoli. Per noi, Angelino, era un miracolo trovarlo sempre a posto ogni mattina, non sapevamo che bisognava lavarlo al momento giusto, quando l’acqua arrivava, non ci chiedevamo cosa ci facesse quell’acqua sempre ristagnata dentro la vasca con il bacile che galleggiava pronto all’uso, pronto anche per il nostro grembiulino blu. Suor Giuditta una volta scambiò i grembiulini perché qualche bambino non l’aveva indosso e doveva farsi la foto. Mancava l’acqua da troppi giorni, così a una bambina toccò il mio: quello fu il mio primo trauma. Sì, Angelino, perché tutti risero quando la bambina mise la mano dentro la tasca e la tirò fuori tutta sporca di inchiostro. Mi era scoppiata una penna il giorno prima e la mia mamma mi aveva detto di non far uso della tasca e che il mio grembiulino non lo poteva lavare perché l’acqua non veniva da troppi giorni e i recipienti di amianto, che ricoprivano come un bellissimo prato in fiore il tetto di casa mia, erano vuoti. Mi disse: “Non mettere la mano dentro la tasca, mi raccomando”. In compenso ce la mise la mia compagnetta e rise, rise insieme a tutta la classe. Suor Giuditta mi consolò e pensai che era colpa mia. No, Angelino, la colpa non era mia. La colpa era ed è di tutti questi politici che si sono sempre fatti votare in nome dell’acqua, che appena arrivati alla poltrona si scordano di essere di Agrigento e non portano neanche il problema davanti al popolo italiano; perché se ne vergognano, forse? Che schifo, Angelino, che schifo questa città. Che schifo pensare che siamo italiani. A Genova se non erogano l’acqua per un’ora ricoprono la città di avvisi una settimana prima e l’acqua è persino potabile! Da noi, “basta che ce la danno”, l’accettiamo anche salata e infestata dalla peggior specie di batteri! Che schifo, Angelino. Hai visto che bella lista di politici provenienti da Agrigento? Eppure qui manca l’acqua; manca il bene più prezioso; manca la vita; manca la speranza, manca la giustizia e io me ne vado ogni giorno. Come un amore che scegli ogni giorno, io ogni giorno mi trasferisco a Genova.

Vergogna! 

Giusy Randazzo

(Eccovi i numeri per contattarmi nel caso abbiate bisogno di maggiore certezza sulla veridicità della mail sulla mail seguivano tutti i miei numeri di telefono)

Ago 04

L’acqua di Agrigento e i consulenti filosofici

Lettera inviata a Il Giornale il 31 luglio. Cestinata 

Gent.mo Sig. Direttore,
Il Giornale, oggi, 31 luglio, propone a pag.7 un lungo articolo di Paolo Bracalini nel quale, con forte ironia, si critica la sovrabbondanza di proposte di legge depositate in Parlamento, la più parte delle quali viene additata come proveniente da pressioni di lobby e interessi corporativi, piuttosto che da debiti di riconoscenza contratti da deputati e senatori verso settori dell’elettorato. Poiché viene riferita anche una proposta di cui siamo promotori, ci pare dovuta una replica. Contando sulla correttezza del suo giornale, Le inviamo la risposta di Giusy Randazzo all’articolo in oggetto.
Cordialmente,
il direttivo dell’AIP (Associazione Italiana Psicofilosofi)

L’acqua di Agrigento e i consulenti filosofici

In Italia bisognerebbe chiedersi cosa sia importante. Io, che sono agrigentina, me lo sono sempre chiesto. Mi sono chiesta più volte quanto sia importante che una città italiana abbia l’acqua corrente. A quanto pare questo non era e non è un problema importante. Infatti noi agrigentini continuiamo a non avere acqua corrente. Poi ho capito che per gli italiani era più importante la cementificazione di Agrigento, anche se urlavano contro l’imputato sbagliato, visto e considerato che i palazzacci a cui si faceva riferimento avevano tanto di certificato di edificabilità. Ed era più importante delle autostrade, che non ci sono e delle cisterne, che i cittadini dovevano costruire a proprie spese per fronteggiare la carenza d’acqua. Ed era più importante a tal punto che ciò che rese un po’ di gloria alla mia città non fu la lotta contro un potere nascosto, che ci costringe da sempre a vivere contando quante docce ci si possa fare in una settimana, ma quanto contrari alla legge fossimo costruendo case in un parco archeologico enorme, in cui non si può neanche abbeverare un ulivo senza chiedersi a chi, quell’acqua, la si stia togliendo.  Insomma, ciò che è importante non mi è mai stato chiaro, per cui sono andata a Genova a cercare cosa fosse importante. Per onestà intellettuale devo dire che non ho mai fatto un café-philò (n.d.a., dialogo pubblico su tematiche filosofiche) per trovare una definizione al concetto di “importante”. Ho sempre creduto in fondo che lo dovessi cercare da me, sperando che un giorno mi comparisse davanti dichiarandosi “importante”.

Ecco, a Genova, come ebbi a scrivere in un libro che non ha letto nessuno perché io non sono così importante, sono diventata una cittadina e ho dato ai miei figli la possibilità di farsi la doccia ogni mattina e di bere direttamente dal rubinetto, mentre mi guardavano increduli vedendo l’acqua scorrere dentro il bicchiere come fosse “veramente” potabile e non ristagnata dentro qualche recipiente di amianto, che ancora resiste (peraltro ignaro della bontà del legislatore che ha deciso che fa male). Il povero recipiente imputato, per esempio, è per me importante, perché per anni, al contrario di uno Stato falsamente assistenzialista, ci ha concesso di lavare e lavarci e di dare ragione di qualche ferie in più presa per l’arrivo del nostro ospite più caro: l’acqua.

A Genova ho imparato che i cittadini hanno anche diritti, oltre a doveri e, ironia della sorte, mi sono ritrovata impelagata dentro un gruppo sparuto di gente che crede in quello in cui credo io e che, ironia della sorte, lo ritiene persino importante a tal punto da sperare ingenuamente che possano essere anche a loro riconosciuti dei diritti.

Chi sono costoro? I consulenti filosofici.

Non sono maghi, né ballerini, non sono cuochi, né cartomanti, non sono psicologi, né terapeuti.

Cosa sono dunque? A questo punto, dovrei, da consulente filosofica, spiegare chi sono e  quanto siano importanti e come senza di loro la nostra società non possa vivere. Invece non lo faccio, perché se hanno destato tanto interesse si saprà già chi sono. Soprattutto non lo faccio perché non è vero che la nostra società non può vivere senza i consulenti filosofici, tutt’altro, può farlo eccome, considerato che da anni vive credendo che la filosofia sia solo “la palingenetica obliterazione dell’io cosciente che si imperfetta e si infutura nel prototipo archetipo dell’antropomorfismo universale” ovvero che sia “quella cosa per la quale e senza la quale si rimane tale e quale”; considerato che da anni “prenderla con filosofia” non significa più riuscire a guardare da un altro punto di vista, ma buttarsi dal ponte più alto dopo essere rimasti avviluppati nelle maglie oscure del pensiero contorto di chi crede che il vero intellettuale sia colui che parla con il vocabolario della crusca alla mano.

Mi aspettavo, non lo nego, una filippica contro la decisione di presentare una proposta di legge che contemplasse l’istituzione di nuovi albi, quando la tendenza generale è quella di eliminarli; mi aspettavo piovere critiche da chi invece vorrebbe il riconoscimento della associazioni di categoria, compreso qualche mio collega consulente filosofico; mi aspettavo persino l’indifferenza.

Se sono indifferenti al problema dell’acqua ad Agrigento come possono essere mai sensibili al problema dei consulenti filosofici? Invece, è sempre questione di importanza. Oggi ho capito, per esempio, che nonostante l’ironia di Bracalini, i consulenti filosofici sono importanti, almeno lo sono più del problema dell’acqua ad Agrigento (ieri è arrivata per un’ora). 

A ben 38 anni, dunque, ancora non ho chiaro cosa sia importante, fermo restando che ciò che è manifestamente importante, lo è per me e per tutti gli uomini di senno e non, che incontro per la via.

Il problema è il passaggio da ciò che è manifestamente importante a ciò che non lo è.

Chi stabilisce il limite? Chi sa dire ciò che di diritto fa parte dell’importante? Quando e in che modo si oltrepassa la linea di confine verso il “non importante”? Forse ciò che desideravano i consulenti filosofici si è già avverato. Quale miglior modo dell’ironia, d’altronde? Socrate docet.

C’è un unico problema, però, che io non sono importante e la carenza d’acqua ad Agrigento non è importante, per cui molto probabilmente non leggerete mai quest’articolo poco importante sui consulenti filosofici, men che mai importanti.
Cordialmente,
Giusy Randazzo
(presidente dell’Associazione Italiana Psicofilosofi)*

*Aip è ispiratrice e promotrice della pdl sul
riconoscimento giuridico del consulente filosofico

 

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