03/12/2010

Vita pensata - N. 6 - Dicembre 2010

Carissimi,

vi informo dell’uscita del nuovo numero di Vita pensata, il sesto. Questo mese, anche in linea con gli ultimi avvenimenti che hanno avuto come protagonista l’università italiana, la Rivista dedica l’editoriale e molti articoli a questo tema, con un’intonazione di fondo nient’affatto natalizia, con uno sguardo al futuro dei nostri giovani e al loro disincanto, già evidente negli articoli della sezione Nees. Anche questo mese un ringraziamento speciale va ai numerosi fotografi che hanno contribuito con i loro scatti a rendere immagine sensazioni ed emozioni, impegnandosi con grande entusiasmo e cura. Per tal motivo vi ricordo di non perdervi la versione pdf della Rivista che contiene tutte le foto a corredo degli articoli.

Nell’augurarmi che ancora una volta la Rivista sia di vostro gradimento -non prima di avervi ringraziato per i complimenti, per le numerose mail entusiastiche ricevute dalla redazione, per l’interesse mostrato con l’invio di testi e con le note di riflessione sugli articoli- vi invito alla lettura, indicandovi l’indice, la copertina, l’indirizzo web e i miei contributi.

Un caro saluto,

Giusy Randazzo

 

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Indice del numero 6 di Vita Pensata, dicembre 2010

 

 

I miei contributi:

Editoriale, Università (con Alberto Giovanni Biuso), p. 4

Sul morire. Intervista a Ines Testoni, p. 21

Sebastiano Ricci, le verità del mito (con Alberto Giovanni Biuso), p. 38

Lo spazio della parola, p. 61

Il filosofo esordiente, p. 68

 

 

Commenti

leggerò con interesse, è ormai un appuntamento al quale non saprei rinunciare a cuor leggero; non vorrei essere retorico ma credo che leggere qualcosa di valido non corrobora solo la propria cultura, ma anche la propria dignità

bene, ora basta scrivere, è il momento di leggere

Scritto da: diego b | 03/12/2010

cara prof.ssa giusy, ho letto con attenzione il racconto del giovane filosofo, e ho compreso anche, prima d'arrivare all'epilogo, che era dedicato quei giovani ed alla loro disperazione

ora, leggendo però in me emerge una domanda: ma la filosofia, coincide con le strutture, siano esse pubbliche che private, laddove la si studia e la si insegna?

e un uomo che abbia appreso l'insegnamento dei filosofi, non potrebbe, proprio per questo, trovare la forza di resistere all'ingiustizia?

e ancora: non tutti i professori di filosofia sono filosofi; ne ho conosciuti di eccezionali, uomini dal valore inestimabile, ma anche mediocri, e non tutti i filosofi sono professori di filosofia, mi pare che spinoza fosse un ottico, per vivere

quindi io penso: la filosofia è un valore "in sè", anche quando studiarla non porta, come sarebbe peraltro giusto, ad un riconoscimento ufficiale

sia chiaro: questi giovani hanno il diritto ad un lavoro dignitoso per quel che hanno studiato, un diritto sacrosanto, che appoggio totalmente come cittadino, ma la filosofia non può esser circoscritta dalle carte bollate

spero che la mia riflessione non sia irrituale e irriverente, ma è quel che ho pensato leggendo il bel racconto, scritto in un ottimo italiano, limpido, direi quasi classico

Scritto da: diegob | 10/12/2010

Carissimo Diego,
innanzitutto, lei non è mai inopportuno, dunque l’essere irriverente non è “roba sua”.
Rispondo con piacere alle sue domande per quel che sinceramente penso.

1) La filosofia, coincide con le strutture, siano esse pubbliche che private, laddove la si studia e la si insegna?

1) Gilbert Ryle mi ha insegnato cosa è l’errore categoriale: credere che la categoria corrisponda a una delle sue parti o cercare di individuarla in un solo elemento. Se dovessi accompagnare qualcuno a visitare l’università di Genova dovrei scegliere un edificio tra i tanti -un luogo fisico, insomma- e indicarlo come “l’università di Genova”. Anche se dovessi fargli visitare tutte le facoltà di Genova, gli avrò realmente mostrato l’università di Genova? La stessa operazione logica si può sperimentare mostrando il panorama di una città. A volte si fa da ciceroni portando gli ospiti su un’altura della propria città e indicandola dabbasso. Stiamo mostrando davvero la città? E in quale punto è individuabile? La zona dalla quale si guarda è essa stessa la città che si mostra o non ne fa parte? Ed è possibile includere in quella visione l’interezza di un luogo che è più di uno spazio fisico? Il dialetto, la tradizione, la mentalità, la tipicità, la popolazione, l’unicità sono comprese in quella visione? Ovviamente no. È praticamente impossibile fare un’operazione del genere avendo come obiettivo quello del “mostrare” un concetto che vive di elementi fisici e astratti che interagiscono e completano il senso del significati dando al riferimento un valore universale e unico.
Fatta questa premessa, è ovvio che alla sua domanda non posso che rispondere dicendo che la filosofia non coincide con le strutture di cui lei parla. Così, però, come porterei un mio amico a visitare l’università di Genova scegliendo un luogo a essa deputato, anche nel caso della filosofia, dovendo scegliere lo spazio in cui “è” nel modo più esplicito, non potrei che far riferimento a ciò che per antonomasia è considerato lo spazio della sophia: l’università, per l’appunto.

2) La seconda domanda è più semplice: e un uomo che abbia appreso l'insegnamento dei filosofi, non potrebbe, proprio per questo, trovare la forza di resistere all'ingiustizia?

2) Questo è il punto che volevo mettere in risalto nel mio racconto. Sì, dovrebbe poter resistere alle ingiustizie. La resistenza a volte prevede la perdita della vita. La storia docet. Dovrebbe anche resistere dal divenire soggetto ingiusto, ma -come ho scritto- fregiarsi del titolo di filosofo, peraltro con l’aggiunta di tanti begli aggettivi, non sempre fa nobili, più spesso soltanto baroni.

3) Altra domanda: non tutti i professori di filosofia sono filosofi. Io le propongo la forma: non tutti i filosofi sono professori di filosofia.

3) Lei ha indicato il caso di Spinoza. E infatti è un caso del tutto particolare. Le aggiungo che gli avevano proposto la cattedra di filosofia, ma lui rifiutò. È difficile però trovare filosofi che rappresentino con la loro stessa vita la filosofia che sostengono.

4) Lei sostiene: "La filosofia è un valore in sé, non può essere circoscritta alle carte bollate."

4) E questo è verissimo. Ora però dobbiamo chiederci. Spinoza ha volontariamente rinunciato alla cattedra. Non sarebbe stato, però, ingiusto non proporgliela? Vero è anche che non tutti siamo Spinoza -come ho scritto assieme a Biuso nell’editoriale usando come esempio Giorgio Colli. Perché non permettere, però, a chi studia e a chi sacrifica la propria intera esistenza alla filosofia con il desiderio di insegnarla di poter concorrere onestamente? Perché la proposta dovrebbe essere di scegliere una vita spinoziana nella speranza di un successo postumo, sempre che si valga qualcosa? Siamo in una società civile in cui il legislatore ha previsto norme e regole per la distribuzione dei compiti professionali in base alle competenze e ai meriti. Perché dobbiamo rinunciare alla possibilità di esercitare i nostri diritti a causa di chi decide di possedere un potere persino ereditario?

5) Ultima domanda riguarda la formula da lei proposta: non tutti gli insegnanti di filosofia sono filosofi.

5) Un laureato in ingegneria è un ingegnere, un laureato in medicina è un medico, un laureato in filosofia non è un filosofo. Chi l’ha deciso?
Un filosofo per antonomasia è colui che ama il sapere o colui che tende alla Sapienza, intendendo con tali definizioni il riferimento a una pulsione originaria verso la Verità, nella consapevolezza dell’assenza di certezze e del guadagno di ogni meta. Chi si iscrive a filosofia vuole vivere seguendo questa pulsione e andare “ovunque lo spingano i venti del destino”. Se è così è già filosofo. E non lo sono tutti coloro che “amano il sapere” perché per la nostra società, per le nostre leggi, per le norme che volutamente ci siamo autoimposti, soltanto chi conclude un preciso percorso di studi può fregiarsi di un appellativo. In ambito filosofico però pare difficilissimo poter individuare il filosofo e altrettanto facile poter individuare tutti come tali. Pensi a certe espressioni: “parla come un filosofo”; “vuole fare il filosofo”; “non fare filosofia con me”; “filosofeggia”; “la propria filosofia di vita”. Dobbiamo deciderci: o siamo tutti filosofi o lo sono soltanto coloro che sono titolati per esserlo.
Se non basta una laurea, un’abilitazione all’insegnamento, un percorso continuo di aggiornamento, quale luce in più dovrebbe possedere il filosofo per esserlo e per essere definito tale?
Una cattedra all’università? Un posto al liceo? No, basta la propria vita dedicata con scientificità, cura, onestà, volontà alla dea Sophia, che non fa eruditi, ma filosofi.

Diciamocelo, Diego, è vero che tra i professori di filosofia alcuni non li vogliamo riconoscere come filosofi, ma è altrettanto vero che riteniamo più facilmente un accademico un filosofo che uno stesso insegnante di liceo, figuriamoci un “semplice” laureato.

Mi creda, nella nostra società, uno Spinoza avrebbe ben poche possibilità di diventare Spinoza e nessuno gli proporrebbe una cattedra di filosofia.

Mi perdoni, ma io non ho il dono della sintesi.

Scritto da: Giusy Randazzo | 10/12/2010

è severa con se stessa, cara prof.ssa

lei non è prolissa, solo puntuale, corretta nel rispondere

chi sintetizza a volte lo fa per sorvolare, con la scusa d'esser sintetico

Scritto da: diego | 11/12/2010

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