23/11/2010
La morte della Pizia
La Pizia era davvero una vecchia signora che vaticinava a casaccio? Lei pensava di sì o almeno così scrive Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) nel suo divertente eppur serissimo racconto “La morte della Pizia”.
Ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. […] Quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora […] la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre. (pp.9-10)
Il punto è che il responso della Pizia su Edipo ha invece effetti a tal punto reali da determinare una serie di eventi concatenati che inverosimilmente confermano l’oracolo iniziale. Come un gioco di specchi in cui verità e menzogna s’intrecciano per dar luogo alla realtà dei fatti. Più si va avanti nella storia più il lettore si chiede come sia possibile. Se Edipo è figlio di Giocasta e di Laio, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è invece figlio di Giocasta e di Mnesippo, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è figlio della Sfinge e dell’auriga Polifonte, allora la Pizia ha detto il vero. E Tiresia? Tiresia è l’indovino grazie al quale Edipo comprende che la profezia si è avverata e che lui ha veramente ucciso suo padre e sposato sua madre. Almeno così è se vi pare. E invece ancora una volta la necessità di scoprire chi ha ucciso Laio, perché la peste a Tebe abbia termine, non è generata dalla volontà degli dèi vaticinata da un veggente cieco che in realtà finge di esserlo –Tiresia, per l’appunto- ma dalla volontà umana, che dà come risultato di determinare i fatti nel senso dell’oracolo di Delfi, pur non volendolo.
Tu, Pannychis, vaticinasti con fantasia, capriccio, arroganza, addirittura con insolenza irriguardosa, insomma: con arguzia blasfema. Io invece commissionai i miei oracoli con fredda premeditazione, con logica ineccepibile, insomma: con razionalità. Ebbene devo ammettere che il tuo oracolo ha fatto centro.[…] Il tuo improbabilissimo responso si è avverato, mentre sono finiti in niente i miei responsi così probabili e dati ragionevolmente con l’intento di far politica, e cambiare il mondo, e renderlo più ragionevole. (pp.65-66)
Insomma, tutti i personaggi coinvolti a cominciare da Edipo sanno tutto e fingono di non sapere, ma ciò che sanno è soltanto una lettura della medesima verità: la profezia della Pizia, da cui sembra non si possa sfuggire poiché qualsiasi evento la conferma. Lei, la Pizia -Pannychis XI- ascolta i testimoni che le compaiono davanti in punto di morte. Sorpresa comprende che l’unica verità è proprio la sua, quella che era nata da una menzogna inverosimile, dall’irrazionalità di un responso infinitamente improbabile. Tiresia con la sua razionalità avrebbe voluto rendere il mondo più ragionevole e invece ha involontariamente operato perché proprio l’irrazionale oracolo della Pizia si avverasse. La necessità regola il caso e determina il corso degli eventi? O il caso regola la necessità? Comunque sia, il caso diviene necessario e la necessità diviene casualità. Due facce della medesima moneta.
In realtà, Pannychis, se c’è una cosa che mi preoccupa […] è che non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda il tutto. Perché, Pannychis, […] perché con il tuo oracolo hai inventato a verità! (p. 48).
E del mito compare l’intima natura. Assolve una specifica funzione: mettere ordine al disordine casualmente necessario; dare senso all’insensatezza degli eventi; rendere vero l’inverosimile realtà; mostrare le catene della libertà umana. Ma come agisce il mito? Come mette ordine? Come dà senso? Come rende vero? Come mostra le catene? Attraverso il sacro ovvero l’irrazionale procedere delle cose che l’uomo invano cerca di dominare con la razionalità.
Friedrich Dürrenmatt
La morte della Pizia (Das Sterben der Phythia)
Traduzione di Renata Colorni
Adelphi, Milano 2010
pp. 68
18:54
Scritto da: filosofia270
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Commenti
mi sovviene la considerazione, peraltro abbastanza comune, che l'essere umano ha un "orrore profondo" per l'accadimento casuale, predilige comunque incardinare anche la sventura in un disegno, in un principio regolatore
difatti, anche quando capita una disgrazia, è frequente sentir dire: "stava scritto nel destino"
grazie per la recensione, come sempre interessante
Scritto da: diego b | 24/11/2010
Caro Diego,
concordo con lei. Il bisogno dell'uomo di mettere ordine corrisponde, senz'altro, alla necessità di trovare un senso. Un altro luogo comune da aggiungere a quello da lei citato potrebbe essere il solito "perché proprio a me?". Come se ci fosse una logica sottesa agli eventi di ordine ovviamente razionale. E forse questa mentalità è in stretto rapporto con il penoso senso di colpa che distrugge la vita di molte persone. E', per gli uomini, inaccettabile che la necessità degli eventi sia determinata dal caso e il caso dalla necessità degli eventi. Troppo irrazionale.
Ah, complimenti per la recensione che ha inviato alla redazione. Mi è piaciuta moltissimo. Peraltro è in linea con la tematica principale di questo mese. Quello che apprezzo di lei maggiormente è la sua umiltà, nonostante la sua scrittura profonda e le sue intuizioni filosoficamente pregnanti.
Un caro saluto,
Giusy
Scritto da: Giusy | 26/11/2010
"Mettere ordine al disordine casualmente necessario". Basterebbe tale magnifica e rigorosa definizione della natura e della funzione del mito a rendere preziosa questa tua recensione. Il mito è esattamente ciò che tu dici che sia.
Scritto da: Biuso | 26/11/2010
Sempre troppo buono, mio caro Alberto! Non c'è un solo tuo pensiero filosofico che io non condivida, tranne ovviamente la questione noematica husserliana... ma un giorno ci metteremo d'accordo anche su quella senza più rischiare il litigio. Di fatto, però, spero rimanga aperta ancora a lungo, altrimenti finiremo per non trovare elementi di reciproca confutazione e rinascita.
Ora che ricordo, c'è un'altra cosa su cui divergiamo e non è da poco: sulle ragioni per esistere. Pur riconoscendo entrambi le stesse motivazioni esterne, io non vedo altro, tu sì. Il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà è il "basso continuo":-) di ogni tuo discorso. Mi chiedo però come concili "l'ottimismo della volontà" con la tua ferma negazione del libero arbitrio (che condivido, come ben sai). Non tirarmi in ballo gli stoici, eh, e la questione di seguire il carro anziché lasciarsi trascinare. Volontà è pur sempre libertà. Se non c'è l'una non c'è l'altra. Dovremmo aprire un forum oppure tu mi dimostri che libertà e volontà sono contrarie o l'una non ha niente a che fare con l'altra e chiudiamo qui la questione.
Un abbraccio mio caro,
Giusy
Scritto da: Giusy Randazzo | 26/11/2010
Ma si possono porre con tanta grazia questioni così difficili?
Proverò a darti una risposta molto sintetica ma spero sensata.
Prima di tutto, noi viviamo "come se" fossimo liberi. E' un sentire di fatto incoercibile perché essenziale alla sopravvivenza. Quindi nel "come se" del libero arbitrio, io devo agire nel pieno della mia consapevolezza e delle mie possibilità. Tra queste, l' "ottimismo della volontà" occupa un posto centrale.
Sono quindi determinato, è vero, e devo fare di tutto perché tra queste determinazioni rientri l'energia del mio essere e stare al mondo. Se poi tale energia/ottimismo è una mia proprietà innata e necessaria, la metterò in atto; se invece non mi appartiene, almeno saprò quali sono i limiti necessari del mio essere.
Quindi lo spazio della volontà non è per nulla assorbito e chiuso in quello della libertà. Una volontà necessaria non è per questo meno volontà.
Ricordati che su una tale questione ciò che ho scritto è soltanto un telegramma ma spero che almeno indichi la strada sulla quale camminare. E camminare con l'ottimismo dell'agire quotidiano.
Ti abbraccio pure io, cara Giusy.
Scritto da: Biuso | 26/11/2010
Come sai, io non ho il dono della sintesi.
Biuso: Prima di tutto, noi viviamo "come se" fossimo liberi. E' un sentire di fatto incoercibile perché essenziale alla sopravvivenza.
*I tuoi ossimori sono molto efficaci: vivere come se si fosse liberi è un fatto incoercibile. Eppure la libertà è finita troppo in fondo, un doppio cordone che la snatura già in partenza: "come se" e "incoercibile".
Biuso: Quindi nel "come se" del libero arbitrio, io devo agire nel pieno della mia consapevolezza e delle mie possibilità.
*Ah, Albert, l'io devo (sollen) implica già la libertà. Come faccio a scegliere di agire -il che è già libertà- tenendo conto delle mie possibilità apparenti? Adesso è la negazione che è legata con doppio cordone: "io devo" e "possibilità".
Date queste premesse, come logica ci insegna, essendo esse contraddittorie non possiamo che ritenere false le conclusioni. Epperò voglio toccare ancora un altro punto.
Biuso: Se poi tale energia/ottimismo è una mia proprietà innata e necessaria, la metterò in atto; se invece non mi appartiene, almeno saprò quali sono i limiti necessari del mio essere.
*1) Io metto in atto? Dipende dunque da me? Allora sono libero, perché posso scegliere di non farlo. 2)Sapere quali sono i limiti necessari del mio essere? A cosa serve se devo sottostare a essi senza nessuno spazio d'azione. Si tratterebbe comunque di un "dovere" diverso dal sollen di cui prima si parlava -e tu ben lo sai-. Simile al "dover" respirare, esattamente uguale anche se riguarda un orizzonte ontologicamente più invasivo. Io ho un limite: se voglio vivere devo respirare. C'è un qualche spazio di azione in questo? Tranne il suicidio che non sarebbe una mia scelta ma una conseguenza necessaria e la dimostrazione che nulla si può contro la necessità?
Insomma, anche questa è una contraddizione.
Vuoi sapere come la penso, prima di lasciarti rispondere? Credo sia tutto estremamente irrazionale, per questo la logica evidenzia i paradossi che si generano da discorsi come il tuo. Siamo liberi e prigionieri; gettati nel caso e nella razionalità; esistenti e sussistenti; impasto di consapevolezza e inconsapevolezza; affogati tra disordine e ordine; legati al senso e all'insensatezza. E cerchiamo il filo... con la...sophia e quando crediamo di approdare a una riva c'è lo scacco matto della Logica. E si ricomincia. Un gioco. Purtroppo già troppo scoperto. Per questo condivido totalmente il tuo commento. E' irrazionale, esattamente come la vita.
Secondo me esiste soltanto un ambito in cui l'uomo è veramente libero. E me lo hai dimostrato tu. Questo luogo immaginifico eppur reale è il linguaggio dove la contraddizione vive checché ne dica la logica e la filosofia. Ergo: ottimismo è una parola; libertà è una parola; senso è una parola; ordine è una parola. L'uomo usa connettivi, variabili, proposizioni, li mette insieme, li combina in milioni di modi e vive "come se" fosse libero e "come se" fosse ragionevole vivere.
Anche questo è irrazionale, lo so. Non ci sono vie d'uscita, però.
Ti riabbraccio,
Giusy
Scritto da: Giusy | 26/11/2010
ho letto, riletto, rileggerò questo scambio di idee, perchè è molto denso, di grande interesse
spero d'esser perdonato, se dopo una trattazione così alta, esprimo la mia idea:
la libertà è una sensazione, tento una metafora:
come quando in bicicletta, certi pomeriggi di primavera, ti butti lungo la discesa, e il vento ti sbatte allegro sul volto, e la bici sibila, giù, veloce
non sei libero, per niente, anche fermarsi sarebbe difficile, eppure hai la «sensazione» della libertà, sono le leggi della fisica a trascinarti, ma tu ti senti nel «tuo» movimento, tutt'uno con esso
la libertà è una sensazione, non siamo mai liberi oggettivamente, ma soggettivamente, ed è questo che conta
certo, la filosofia non ha pietà, vuole sempre arrivare in fondo, e una metaforina è troppo poco, chiedo scusa
Scritto da: diego b | 26/11/2010
La tua analisi, mia cara Giusy, è rigorosa e attenta. Mi soffermerò brevemente soltanto su ciò che non condivido.
La premessa generale, come sai, è spinoziana e risiede nell'affermazione che la vera libertà non consiste nel libero arbitrio ma nell'autodeterminazione, non -dunque- nella gratuita insensatezza delle decisioni ma nello scaturire le decisioni da ciò che si è (“carattere”) e dal come/dove si vive (“circostanze”). E pertanto la libertà non è «finita troppo in fondo» ma sta là dove abita da sempre: nel carattere/evento.
La distinzione kantiana tra "müssen” -devo per obbligo esterno- e “sollen” -devo per impulso morale- ha per me un senso soltanto in questa chiave. Per il resto, ogni ente -minerale, animale, umano- si muove là verso dove il suo peso lo conduce. Solo che il peso è tale ente stesso e non altro, è una caratteristica intrinseca e non esterna, autonoma e non eteronoma.
E quindi alla tua domanda: «Io metto in atto? Dipende dunque da me? Allora sono libero, perché posso scegliere di non farlo» si risponde che dipende da te nel senso che nessuno te lo impone ma dipendendo appunto da te tu non puoi agire altrimenti.
E all'ulteriore domanda: «Sapere quali sono i limiti necessari del mio essere? A cosa serve se devo sottostare a essi senza nessuno spazio d'azione» rispondo con l'intellettualismo greco; per una mente consapevole, infatti, la vera libertà è l'apprendimento della necessità.
Quanto aggiungi è da me del tutto condiviso (come condivido anche ciò che affermi sul linguaggio) -«Siamo liberi e prigionieri; gettati nel caso e nella razionalità; esistenti e sussistenti; impasto di consapevolezza e inconsapevolezza; affogati tra disordine e ordine; legati al senso e all'insensatezza. E cerchiamo il filo... con la...sophia e quando crediamo di approdare a una riva c'è lo scacco matto della Logica. E si ricomincia. Un gioco»- con due obiezioni però.
Tale gioco non è per nulla “scoperto” o “inutile”, essendo il gioco stesso del pensare e dell'essere, che si rinnova a ogni evento che ci coinvolge.
Seconda obiezione: la Logica non è capace di dare nessuno “scacco matto”; essa è uno strumento tecnico dell'argomentazione, a volte prezioso, altre volte pedante. Nessun logico ha mai organizzato la sua vita sulla base delle sue argomentazioni logiche, e non per i suoi limiti umani -di persona- ma perché il cerchio dell'essere e dell'agire è più vasto di qualunque regola formale. E questa è una fortuna.
Se, infine, con il termine “irrazionale” è questo che intendi, sono certamente d'accordo sul fatto che esistere sia irrazionale e dunque sia fecondo. Se, invece, intendi che sia privo di senso, non condivido tale conclusione per la semplice ragione -che ben conosci- che ritengo l'animale umano un dispositivo semantico, che non può assolutamente vivere se non generando significati. Alla logica, in altre parole, si può sfuggire, alla semantica no.
Ho cercato di essere breve utilizzando in parte il metodo dei tuoi amati medioevali -questioni e risposte- ma so bene che la tua riflessione va al di là di tale forma. Anche per questo è così feconda e “vera”.
Scritto da: Biuso | 27/11/2010
Per Diego
Per cominciare, ringrazio Diego per il suo commento. La sua metafora è molto efficace. Mentre leggevo sono ritornata bambina, quando correvo con la mia bici per le stradine del lido di Agrigento. Ricordo che una volta, lanciandomi da una discesa, non ho più controllato la bicicletta. Il tentativo di frenare peggiorava soltanto la situazione. Così, l’iniziale sensazione di gioia –o se vuole di libertà- si è trasformata dopo qualche secondo in panico fino allo schianto finale. In seguito ho cercato di essere più attenta. Adesso riflettiamo. La sensazione di cui lei parla –che addirittura arriva come un ”quale” a chi legge- è davvero la forma della libertà? Una libertà, dunque, intesa come l’esser, sì, trasportati “necessariamente” dalla bici eppur “volerlo” fino in fondo. Mi sembra simile alla metafora degli stoici, ma con una bella differenza: la necessità è stata imposta alla bici da noi. Noi abbiamo deciso il percorso, noi abbiamo generato, pedalando, una spinta tale da ottenere come effetto il movimento d’inerzia del mezzo.
Eppure, la sua metafora mi convince ancora. La sensazione che mi rimanda mi convince ancora. Non so perché, però. Sento che è l’unico modo per cogliere intuitivamente la libertà umana nella sua contraddittoria necessità. O si tratta di nostalgia, invece? Il rimandare a ricordi infantili che libera dalla necessità del tempo e fa credere di cogliere la sensazione di libertà, mentre invece è soltanto la gioia del ricordo dei tempi andati? Il ricordo come liberazione dall’irreversibilità del tempo fisico? Non so.
Comunque, grazie. Ci rifletterò ancora.
Per Alberto
Mio caro, ovviamente anche io ti rispondo soltanto su ciò che non condivido del tuo commento. La speranza è che spogliando il nostro dialogo da tutto ciò che l’un dell’altro non condividiamo, si possa arrivare a un nucleo comune condiviso. Eppure noto che, anziché ridursi, i commenti si allungano. Tu -che sei il pensatore sintetico per eccellenza- mi hai sorpreso con quest’ampia critica.
Per iniziare non posso che farti per l’ennesima volta i complimenti perché la tua scrittura è sempre chiara e armoniosa a leggersi. Sei davvero un magnifico scrittore.
Cominciamo.
«pertanto la libertà non è finita “troppo in fondo” ma sta là dove abita da sempre: nel carattere/evento.»
Io so perfettamente che ambedue partiamo dalla stessa premessa: non crediamo nel libero arbitrio. La differenza, però, consiste nella diversità con cui usiamo le parole (per fortuna, altrimenti dovremmo sempre stare muti!). La volontà di “essere ciò che si è” –risultato del “carattere” con cui nasciamo, «il daimon che mai ci abbandona» (Biuso, La mente temporale, p. 154)- si attesta, senza dubbio, al livello di autodeterminazione -autonoma e non eteronoma- ma soltanto come definizione. Nella realtà le cose vanno diversamente. L’autodeterminazione deve sempre essere intesa come consapevolezza e controllo di tutte le cause che “ci determinano”, perché autonomamente si possa essere in grado di poterle, all’uopo, tutte modificare. Invece, anche in questo caso possiamo applicare l’Argomento della conseguenza, proposto da van Inwagen –che tu stesso mi hai insegnato-, che ci impedisce di definirci liberi se anche una sola causa non può essere controllata. La prima causa a non poter essere controllata è proprio il nostro carattere.
Vorrei precisare che io sono d’accordo con tutto ciò che hai scritto, ma non comprendo il bisogno di usare la parola “libertà” che ha un unico senso, a qualsiasi livello lo si possa intendere: capacità di controllare. Il volere non è libero, è effetto di ciò che siamo “necessariamente”.
Ecco la differenza tra me e te. Il tuo carattere ti fa avere una visione della vita più entusiastica della mia. Il mio carattere m’impedisce di viverla allo stesso modo. È questo il motivo per cui per me si tratta di un gioco “scoperto”, per te il contrario. Ed è anche questo il motivo per cui io uso il termine “irrazionale” per ciò che significa comunemente: privo di razionalità. L’uomo razionale è sempre “in sé” sensato. Ampliando l’orizzonte, alla natura tutta, possiamo giungere all’ossimoro “irrazionalità sensata” e persino condividerlo. Nell’innaturale “culturalità” dell’uomo, però, ciò che è irrazionale è insensato dal punto di vista razionale. Non si tratta della semplice insensatezza di certe situazioni. Per esempio, insensato è colui che agisce in modo inatteso o dice cose senza senso. È egli anche irrazionale? No, perché segue l’intima razionalità del suo carattere. L’insensatezza dell’irrazionalità sta invece nel contravvenire alla razionalità umana sia essa sensata o insensata.
Ultimo punto. Condivido che la logica sia uno strumento, ma mi dispiace che tu pensi che i logici siano impossibilitati a organizzare la loro vita sulla base delle loro argomentazioni logiche. Proprio perché la logica è uno strumento, essa può essere applicata a quel cerchio più vasto dell’essere e dell’agire. La logica permette alla riflessione –il mezzo- di indagare la realtà. Chi invece abbraccia un indirizzo filosofico, spesso esclude dal proprio orizzonte il resto, poiché non lo considera un mezzo ma un fine.
Per concludere, voglio riportare un punto di ciò che hai scritto soltanto per il piacere di metterlo in evidenza.
«Ritengo l'animale umano un dispositivo semantico, che non può assolutamente vivere se non generando significati. Alla logica, in altre parole, si può sfuggire, alla semantica no.»
Bellissima questa tua affermazione. La condivido completamente. La semantica, però, è in stretto rapporto con la logica.
Ti abbraccio ancora affettuosamente e aspetto con impazienza la tua prossima mossa in questa battaglia navale –sempre gioiosa- del pensiero.
Diego, mi raccomando, non ci abbandoni e intervenga anche lei.
Scritto da: Giusy | 28/11/2010
Mia cara Giusy, anzitutto grazie per quanto mi dici. La scrittura è per noi due qualcosa di sacro, è la nostra stessa identità. I tuoi magnifici romanzi, i racconti, i testi teatrali e saggistici stanno lì a testimoniarlo.
Credo che le distanze tra me e te sulla questione del libero arbitrio si stiano riducendo sino al coincidere delle prospettive.
Tu scrivi: «ma non comprendo il bisogno di usare la parola “libertà” che ha un unico senso, a qualsiasi livello lo si possa intendere: capacità di controllare. Il volere non è libero, è effetto di ciò che siamo “necessariamente”». Bene, non usiamo più questa parola. L'essere è una struttura determinata e chiamiamo libertà l'ignoranza delle cause che generano enti, eventi e processi.
Una differenza rimane invece reale ed è quella che tu riassumi quando affermi che «Il tuo carattere ti fa avere una visione della vita più entusiastica della mia. Il mio carattere m’impedisce di viverla allo stesso modo». Qui arriviamo nel luogo in cui pensiero ed esistenza coincidono. Io auguro a te e a me stesso che la vita diventi davvero «un mezzo della conoscenza», in modo da fare della conoscenza la condizione per una vita forte e “determinata”, nel duplice e vasto senso di questo aggettivo.
Ti abbraccio.
Scritto da: Biuso | 29/11/2010
ho letto con grande interesse
le differenza che coglie il lettore, sembra una maggiore influenza nel modo di porsi, nel prof. biuso, della lezione di nietzsche, mentre per la prof.ssa giusy io percepisco più la lezione di wittgenstein
ovviamente è una sensazione da lettore neanche tanto ferrato, mi piacerebbe leggere il parere di qualcun altro, specie fra i bravissimi estensori del sito sitosophia
Scritto da: diego b | 29/11/2010
Caro Diego,
Biuso conosce Nietzsche come io conosco me stessa, la stessa equazione non si può fare con la mia conoscenza di Wittgenstein, che pur ho letto e continuo ad apprezzare moltissimo. In realtà, adoro Nietzsche e lo ritengo il più grande pensatore degli ultimi due secoli. Il più grande di tutti. Se questo è ciò che penso, significa che la mia riflessione inevitabilmente non può che risentirne. Con Alberto Biuso le cose sono un po' differenti. Certamente è vero che non soltanto conosce Nietzsche perfettamente (tanto da poter citare a memoria moltissimi brani) ma è il filosofo che -assieme a Spinoza, Heidegger e il grande Platone- ama di più (credo, però, che in assoluto tra i suoi preferiti stia in pole position sempre Spinoza). Biuso però ha una sua filosofia, che ovviamente risente moltissimo dell'influenza dei pensatori che ho citato, ma è totalmente sua, tanto da renderlo un filosofo a sé stante e per sé stante.
Per concludere, certamente dei due filosofi, da lei citati, Diego, è possibile individuare una palese influenza sia in me sia in Biuso. Mi riferisco all'evidente volontà di rappresentare con il proprio stile di vita la filosofia che si abbraccia e di cui ci si fa portavoce. Wittgenstein e, in particolar modo, Nietzsche e Spinoza sono stati, in questo, un paradigma notevolissimo.
Un caro saluto,
Giusy
Scritto da: Giusy Randazzo | 29/11/2010
cara prof.ssa giusy, mi sono permesso così, di spiegare una mia impressione; ora, certamente il prof. biuso è un filosofo a se stante, un personaggio interessantissimo anche per la sua capacità di passare dall'argomentazione filosofica più specialistica, di livello altissimo, al commento dell'attualità, alla critica corrosiva del potere nel suo concreto manifestarsi; mi piace questo non rifugiarsi solo nel sapere accademico, di cui pure è un esponente di prestigio;
detto questo: io qui debbo leggere, leggere, e poco scrivere: io sono un lettore, qui
grazie di tutto
Scritto da: diego b | 29/11/2010
Lei è sempre tanto simpatico. Mi raccomando, però, non ci privi della sua scrittura!
Scritto da: Giusy | 29/11/2010
Non credo di farcela a dire qualcosa di sensato, perché in questo campo (libertà) ho le idee confuse e so di non sapere (e forse per questo mi sento erroneamente libero)... Ma ci provo...
Ieri guardavo dormire le mie bimbe e mi riveniva in mente la spinoziana frase di Alberto sulla libertà come illusione dovuta all'ignoranza delle cause e pensavo: "Sono libere loro?"
La risposta negativa mi faceva poi chiedere: "Che differenza c'è tra me e loro in termini di libertà?"
Loro ignorano più cause di me... Quindi si "sentono" libere più di me? Dovrei provare a chiederlo direttamente a loro, trovando le parole giuste...
Ma perché io mi "sento" più libero di loro pur ignorando meno cause determinanti?
Ma ancora... Se la libertà è una parola, nel linguaggio c'è la libertà di conferire ad essa (scegliendolo) un significato che assomigli a questo: "ora, proprio ora, posso scegliere di scegliere di essere libero"?
La scelta, pur se all'interno della semantica, non è più originaria (e quindi libera) di qualunque determinismo conseguente?
Ma ci sarà anche un precedente...
Allora vediamo...
Provo così... Le diverse posizioni circa l'essere o il non essere liberi non dipendono in fondo solo da una scelta? Dal poter scegliere, cioè.
Si può dire che quella scelta è a sua volta determinata, ma non è un'ulteriore scelta questa?
Quindi la scelta non ci lancia dentro una (semantica) libera possibilità delle possibilità?
Credo di aver buttato là delle cose a caso, perchè sono in crisi e non riesco ad avere su questo argomento un'opinione salda... Perdonatemi...
Anche perché so di essere tornato indietro rispetto al vostro percorso...
Scritto da: Andrea Ferroni | 04/12/2010
buon andrea f., permettimi di commentare, anche se io non sono il padrone di casa ma solo un ospite, in questo bel blog
nella prima parte del tuo scritto riferisci d'una sensazione osservando le tue bambine, e giustamente pensi perchè mi sento più libero di loro? pur avendo io consapevolezza maggiore dei limiti
è una bella domanda
la mia modesta risposta:
la libertà è un concetto adulto direi, un bimbo piccolo non si pone il problema
come dire, a me piace molto giocare a tressette, e se mia moglie mi lascia andare all'osteria, io provo la libertà di giocarci, e se mia moglie invece non mi fa uscire, provo la non libertà di giocare a tressette
ma se io non conosco il tressette, non posso desiderarlo, e non posso provare la libertà di giocarci
perdonatemi per la metafora da circolo arci, ma spero d'essermi spiegato: la libertà, o la sua mancanza, la provi solo se ne hai conoscenza, se per te esiste come concetto
secondo me si è liberi solo se ti hanno fatto assaggiare l'idea di libertà
Scritto da: diego b | 04/12/2010
Cara Giusy,
grazie per aver riassunto così bene i miei punti di riferimento, che sono anche i tuoi. E grazie, naturalmente e sempre, per ciò che dici di me.
Questo tuo spazio è proprio un'agorà, un luogo dove con calma e con passione si conversa, si impara, si fa filosofia. Lo dimostrano i nostri amici Diego e Andrea. Aspetto altri loro interventi, sul tema del libero arbitrio e sugli altri che ci suggerisci di affrontare.
Scritto da: Biuso | 05/12/2010
Grazie Diego... Intendevo dire anche che forse noi siamo come le mie bimbe senza sapere di essere bimbi... Ed è tutta qui la radice del sentimento di libertà...
Ma, facendomi forte solo del mio sentimento di libertà, nella seconda parte chiedevo (ora provo a essere più sintetico) se viene prima la scelta o prima l'essere determinati.
Chiedo quindi se la scelta è sempre determinata oppure se l'essere determinati dipende da una scelta.
Scritto da: Andrea Ferroni | 06/12/2010
caro andrea, la seconda parte del tuo quesito, interessante non poco, l'ho elusa perchè fuori dalla mia portata
ho come l'idea che per certe cose non valga considerare il tempo come un nastro che scorre, ma questo è pane per denti da "vero" filosofo...
Scritto da: diego b | 06/12/2010
"Viene prima la scelta o prima l'essere determinati"?
Non capisco quale sia la differenza. Una scelta si compie su un numero finito di possibilità, dunque è già determinata.
A voi...
Un abbraccio,
Giusy
Scritto da: Giusy Randazzo | 06/12/2010
Sì Giusy, hai ragione, detta così come l'ho detta non è chiara... E poi sulla libertà mi ci perdo, non c'è niente da fare... Allora... Premesso che stiamo parlando di libertà condizionata (nel senso di limiti però, e magari limiti non ancora superati), quando parlavo di scelta io mi riferivo a questo istante... Ora, proprio ora, posso fare una cosa o il suo contrario liberamente? [e sentire l'atrocità della libertà]
Rispondere sì o no dipende da circostanze determinanti o da una mia scelta libera?
Io credo dipenda da una mia scelta. Se scelgo di pensare che sono determinato in qualsiasi scelta io faccia, allora lo sarò. Se scelgo di pensare di essere libero di fare una scelta, allora lo sarò.
Sono entrambe profezie che si autoavverano.
Dunque l'essere determinato nelle scelte dipende solo da una mia scelta libera (purché abbia la forza di fare in modo che la profezia sia mia). E se si dice che non è possibile fare una profezia davvero autonoma non è questo dire un'ulteriore scelta?
Secondo livello.
Di scelta in scelta... Mi fa pensare di orizzonte ermeneutico in orizzonte ermeneutico...
Si dà la possibilità di una libertà originaria (nel senso di base di tutte le possibilità) con cui io, grazie alla conoscenza (o a chissà quali pratiche), posso arrivare ad identificarmi? E magari scoprirmi slegato dal tempo e già in essa ab origine... E dunque sono io già ora una potenziale consapevolezza di eternità (libera)?
PS
E' tardi... Starò vaneggiando scrivendo pensieri in libertà? (no, anzi, senza nemmeno libertà!)
Scritto da: Andrea Ferroni | 07/12/2010
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