22/11/2010
Il silenzio
Un filosofo si ritrasse nel silenzio e da molti anni ormai lo abitava. Era prima socievole e divertente. Un vecchio amico lo raggiunse e per lui parlò ancora, esattamente per tre minuti. E disse:
«(a) La verità è che non esiste la verità.
È questo un paradosso da cui è difficile sottrarsi portando con sé certezze. Se è vero non è vero perché non esiste la verità e se è falso significa che esiste la verità dunque (a) è vera.
Se è vero che la verità è che non esiste la verità
Allora non esiste la verità
Dunque (a) è falsa
Se è falso che la verità è che non esiste la verità
Allora esiste la verità
Dunque (a) è vera
Se la contraddizione potesse permettere l'approdo a una qualche certezza stabile, avremmo ancora una via d'uscita da ricercare. Il teorema dello Pseudoscoto però nega questa possibilità. Prendiamo in considerazione la seguente formulazione: CKpNpq ovvero se p et non-p allora q. Considerando p e q come variabili proposizionali se assumiamo come premessa la contraddizione (p e non-p) allora possiamo pervenire a qualunque proposizione, secondo lo Pseudoscoto. Come dire che il principio dialettico su cui si basa la maggior parte della filosofia è una premessa errata di per sé, dunque neanche probabile e dunque la maggior parte della filosofia è pervenuta a conclusioni errate. Neanche la verità prospettica neanche il relativismo più relativo hanno luoghi razionali da abitare se non quelli della doxa fallace. Ecco allora che anche quello che sto dicendo in questo momento non soltanto non è vero ma inutile persino a dirsi. Il naufragio di ogni certezza. E che il mondo sia un continuo inabissarsi di senso, questo mi pare abbastanza evidente, senza necessità di essere vero. Seneca però ci invita a non disperare senza speranza e a non sperare senza disperazione. La speranza in questo caso dovrebbe configurarsi come senso. Un qualche senso. Eppure sembra proprio che il senso sia la disperazione. Meglio il senso della speranza è proprio la disperazione o, se si vuole, il senso della disperazione è la speranza. Dovunque si guardi la speranza e la disperazione sembrano gemelle o comunque in uno stretto rapporto parentale. Il risultato è il "disperante". Il peggior esistenziale dell'esserci, dell'uomo. Non credo che ci sia qualcuno che sia felice di vivere nel "disperante". Disperante è colui che vive l'irreversibilità sperando nella reversibilità degli eventi, ma factum infectum fieri nequit. Non esistendo però alcuna verità anche l'impossibilità non è attestabile come vera. Come dire che c'è un gradiente di probabilità che rende l'impossibile ancora possibile. La speranza è proprio questo convincimento. Una questione di probabilità contro la necessità fisica attestata scientificamente. Anche la probabilità però è attestata scientificamente. Insomma, vivacchiamo tra teorie spacciate per leggi vere, universalmente valide ed estensibili. Ma allora possiamo sostenere che in realtà è tutto verosimile, più che vero?
(b) La verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile.
Se (b) è vera allora anche quanto detto è verosimile e dunque non è vero; se (b) è falsa allora significa che è falso che non esiste la verità e che esiste soltanto il verosimile; esiste dunque la verità e dunque (b) è vera e si ricomincia daccapo.
Se è vero che la verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile
allora non esiste la verità ma soltanto il verosimile
dunque (b) è falsa
Se è falso che la verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile
Allora esiste la verità e non soltanto il verosimile
Dunque (b) è vera.
Risultato: il silenzio».
Ritornò così a tacere. L'amico se ne andò credendolo pazzo.
17:55
Scritto da: filosofia270
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