13/12/2010

Nuovo Sito

 

Carissimi amici,

vi informo che è on line il mio nuovo sito col seguente indirizzo:


www.giusyrandazzo.eu

 

 

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Da questo momento il presente sito va in archivio e non sarà più aggiornato

07/12/2010

Felici statistiche!

Marco Zambuto, sindaco di Agrigento, commenta la classifica del Sole 24 ore sulla qualità della vita delle 103 province italiane, sostenendo che dobbiamo esser contenti che "la più bella città dei mortali" sia risalita di qualche posizione (da 101ma a 97ma).

 

Insomma, Agrigentini, invece di lamentarvi sempre per le cose che non funzionano o non ci sono, sorridete un po'. È vero siamo ultimi, ma non ultimissimi come l'invivibile Catania!

 

Onestamente vi confesso che la risalita mi ha lasciata un po' di stucco. Sorpresa dalla notizia, infatti, sono andata a controllare alla fonte.

 

Ovviamente si tratta di statistiche e quindi il valore finale è il risultato della media di diversi settori. In questa media però per Agrigento non rientra il valore dei trasporti, il dato infatti risulta "nd": non disponibile. Logica vuole che, se non pervengono i dati, nel calcolare la media si dovrà fare a meno di un dividendo, determinando un'oscillazione del risultato finale: inevitabilmente a vantaggio, nel caso agrigentino.

Inevitabilmente, certo.

Se avessero fornito, infatti, i dati dei trasporti per la città di Agrigento il valore sarebbe stato disastrosamente basso. Hanno fatto bene a tenerselo per sé. I panni sporchi è meglio lavarli in casa.

Primo mistero svelato: Mobilità sostenibile, trasporto pubblico urbano (offerta), trasporto pubblico (passeggeri), "nd".

 

Andiamo a un altro dato non pervenuto: l'aria.

 

Il motivo per cui non è stato fornito è molto semplice.

Campando per l'appunto d'aria -la maggior parte degli agrigentini e soprattutto i giovani- giustamente gli esperti non hanno capito che non dovevano fornire il dato facendo una valutazione alimentare ma calcolando la presenza di biossido di azoto, ozono e polveri sottili. Così per accorciare i tempi hanno preferito non far pervenire nulla. L'aria comunque ad Agrigento non è tanto inquinata -come l'acqua del mare- perché ad Agrigento non c'è pericolo che accada. Bus, tram, treni, aerei, elicotteri, industrie, con i loro nefasti scarichi, sono banditi dalla bella polis!

La purezza dell'aria è la vera cifra di Agrigento, tant'è vero che la sfruttiamo al massimo e non soltanto respirandola e mangiandola. Abbiamo, infatti, coperto il paesaggio di bellissime pale eoliche, che all'inizio sembravano delle belle girandole. Prima un po', poi un altro po', poi un altro po' ancora, adesso le belle girandole -che fanno tanto "energia pulita"- mancano soltanto nel bel mezzo della Valle dei Templi. Però sono ecologiche e siamo tutti tanto contenti di essere ecoquilibrati.

 

Secondo mistero svelato: settore Aria, "nd".

Se continuiamo a non fornire i dati, finiremo per risalire la china e arrivare al primo posto, valutati soltanto per la bellezza del nome della città.

 

Altro dato non comunicato riguarda il settore "ambiente", in cui non sono presenti i valori delle seguenti categorie: isole pedonali, piste ciclabili e zone a traffico limitato.

 

Terzo mistero svelato: settore Ambiente, nd.

 

Comunque, a parte l'ironia, siamo saliti di quattro posizioni. Qual è l'arcano mistero che si cela oltre a quello matematico e furbo di non fornire i dati?

 

Dipende dalla popolazione e non dai politici, a quanto pare.

 

È dovuto al consumo limitato di carburante degli agrigentini. Non avendo una quantità "normale" -quale dovrebbe essere in un paese industrializzato- di trasporti pubblici, il valore in questione non può che dipendere dall'uso domestico.

Siamo, dunque, ben in tredicesima posizione nel settore "Energia" per "consumi di carburante".

 

E poi c'è un altro motivo, sempre dovuto alla buona volontà degli agrigentini.

 

Prima di dirvelo, invito i miei concittadini a fornirsi di fazzoletti per piangere o per ridere oppure a cercare una sedia per riprendersi dalla notizia.

Si è ripetuto l'evento incredibile dell'anno scorso. Siamo ancora in pole position in una classifica!

 

Agrigentini, siamo primi in una classifica del "Sole 24 ore"!

 

Anche quest'anno siamo riusciti a mantenere il primo posto nel settore: "consumi idrici domestici!!".

 

Significa che siamo molto parsimoniosi. Consumiamo pochissima acqua.

 

Sul momento non ho ben capito il senso dell'ineguagliabile primato. E ho pensato: "Ma non è che forse, essendomi ormai trasferita sei anni fa a Genova, ad Agrigento sono riusciti a dare l'acqua corrente?". Così ho chiamato un po' di amici, che risoluti mi hanno detto di no. Loro l'acqua "ce l'hanno" sempre nello stesso modo. Arriva di tanto in tanto, il tempo di riempire i recipienti o le cisterne e poi va via (come Babbo Natale). A volte ogni due giorni, a volte ogni tre e nei tempi di vacche grasse ogni giorno, esclusi festivi e periodo estivo. Per chi, tra i non agrigentini, stesse leggendo, vorrei chiarire che quando scrivo "arriva" intendo dire "viene distribuita per qualche ora" (ad Agrigento funziona così).

 

Ecco perché siamo risaliti: non fornendo i dati su svariati settori e lasciando assetati gli agrigentini, la classe politica della città quest'anno si è potuta fregiare di ben quattro posizioni in più!

 

Ditemi o no se non aveva ragione Trilussa quando sosteneva di sapere cosa fosse una statistica:

 

"Me spiego: da li conti che se fanno

seconno le statistiche d'adesso

risurta che te tocca un pollo all'anno:

e, se nun entra nelle spese tue,

t'entra ne la statistica lo stesso

perch'è c'è un antro che ne magna due."

(Trilussa, La statistica)

 

Complimenti a tutta la classe politica agrigentina, di ieri e di oggi, e un saluto ad Angelino Alfano, che può esporre un così bel fiore all'occhiello. D'altronde i politici che provengono da Agrigento sanno bene come si fa a trattare la propria città: dimenticandosene, pensando soltanto alle proprie tasche oppure portando l'intero esercito in Sicilia come fece il riberese Francesco Crispi.

 

 

03/12/2010

Vita pensata - N. 6 - Dicembre 2010

Carissimi,

vi informo dell’uscita del nuovo numero di Vita pensata, il sesto. Questo mese, anche in linea con gli ultimi avvenimenti che hanno avuto come protagonista l’università italiana, la Rivista dedica l’editoriale e molti articoli a questo tema, con un’intonazione di fondo nient’affatto natalizia, con uno sguardo al futuro dei nostri giovani e al loro disincanto, già evidente negli articoli della sezione Nees. Anche questo mese un ringraziamento speciale va ai numerosi fotografi che hanno contribuito con i loro scatti a rendere immagine sensazioni ed emozioni, impegnandosi con grande entusiasmo e cura. Per tal motivo vi ricordo di non perdervi la versione pdf della Rivista che contiene tutte le foto a corredo degli articoli.

Nell’augurarmi che ancora una volta la Rivista sia di vostro gradimento -non prima di avervi ringraziato per i complimenti, per le numerose mail entusiastiche ricevute dalla redazione, per l’interesse mostrato con l’invio di testi e con le note di riflessione sugli articoli- vi invito alla lettura, indicandovi l’indice, la copertina, l’indirizzo web e i miei contributi.

Un caro saluto,

Giusy Randazzo

 

Rivista di Dicembrecopertina.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice del numero 6 di Vita Pensata, dicembre 2010

 

 

I miei contributi:

Editoriale, Università (con Alberto Giovanni Biuso), p. 4

Sul morire. Intervista a Ines Testoni, p. 21

Sebastiano Ricci, le verità del mito (con Alberto Giovanni Biuso), p. 38

Lo spazio della parola, p. 61

Il filosofo esordiente, p. 68

 

 

23/11/2010

La morte della Pizia

La Pizia era davvero una vecchia signora che vaticinava a casaccio? Lei pensava di sì o almeno così scrive Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) nel suo divertente eppur serissimo racconto “La morte della Pizia”.

 

Ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. […] Quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora […] la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre. (pp.9-10)

 

Il punto è che il responso della Pizia su Edipo ha invece effetti a tal punto reali da determinare una serie di eventi concatenati che inverosimilmente confermano l’oracolo iniziale. Come un gioco di specchi in cui verità e menzogna s’intrecciano per dar luogo alla realtà dei fatti. Più si va avanti nella storia più il lettore si chiede come sia possibile. Se Edipo è figlio di Giocasta e di Laio, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è invece figlio di Giocasta e di Mnesippo, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è figlio della Sfinge e dell’auriga Polifonte, allora la Pizia ha detto il vero. E Tiresia? Tiresia è l’indovino grazie al quale Edipo comprende che la profezia si è avverata e che lui ha veramente ucciso suo padre e sposato sua madre. Almeno così è se vi pare. E invece ancora una volta la necessità di scoprire chi ha ucciso Laio, perché la peste a Tebe abbia termine, non è generata dalla volontà degli dèi vaticinata da un veggente cieco che in realtà finge di esserlo –Tiresia, per l’appunto- ma dalla volontà umana, che dà come risultato di determinare i fatti nel senso dell’oracolo di Delfi, pur non volendolo.

 

Tu, Pannychis, vaticinasti con fantasia, capriccio, arroganza, addirittura con insolenza irriguardosa, insomma: con arguzia blasfema. Io invece commissionai i miei oracoli con fredda premeditazione, con logica ineccepibile, insomma: con razionalità. Ebbene devo ammettere che il tuo oracolo ha fatto centro.[…] Il tuo improbabilissimo responso si è avverato, mentre sono finiti in niente i miei responsi così probabili e dati ragionevolmente con l’intento di far politica, e cambiare il mondo, e renderlo più ragionevole. (pp.65-66)

 

Insomma, tutti i personaggi coinvolti a cominciare da Edipo sanno tutto e fingono di non sapere, ma ciò che sanno è soltanto una lettura della medesima verità: la profezia della Pizia, da cui sembra non si possa sfuggire poiché qualsiasi evento la conferma. Lei, la Pizia -Pannychis XI- ascolta i testimoni che le compaiono davanti in punto di morte. Sorpresa comprende che l’unica verità è proprio la sua, quella che era nata da una menzogna inverosimile, dall’irrazionalità di un responso infinitamente improbabile. Tiresia con la sua razionalità avrebbe voluto rendere il mondo più ragionevole e invece ha involontariamente operato perché proprio l’irrazionale oracolo della Pizia si avverasse. La necessità regola il caso e determina il corso degli eventi? O il caso regola la necessità? Comunque sia, il caso diviene necessario e la necessità diviene casualità. Due facce della medesima moneta.

 

In realtà, Pannychis, se c’è una cosa che mi preoccupa […] è che non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda il tutto. Perché, Pannychis, […] perché con il tuo oracolo hai inventato a verità! (p. 48).

 

E del mito compare l’intima natura. Assolve una specifica funzione: mettere ordine al disordine casualmente necessario; dare senso all’insensatezza degli eventi; rendere vero l’inverosimile realtà; mostrare le catene della libertà umana. Ma come agisce il mito? Come mette ordine? Come dà senso? Come rende vero? Come mostra le catene? Attraverso il sacro ovvero l’irrazionale procedere delle cose che l’uomo invano cerca di dominare con la razionalità.

 

Friedrich Dürrenmatt

La morte della Pizia (Das Sterben der Phythia)

Traduzione di Renata Colorni

Adelphi, Milano 2010

pp. 68

 

22/11/2010

Il silenzio

Un filosofo si ritrasse nel silenzio e da molti anni ormai lo abitava. Era prima socievole e divertente. Un vecchio amico lo raggiunse e per lui parlò ancora, esattamente per tre minuti. E disse:

 

«(a) La verità è che non esiste la verità.

 

È questo un paradosso da cui è difficile sottrarsi portando con sé certezze. Se è vero non è vero perché non esiste la verità e se è falso significa che esiste la verità dunque (a) è vera.

 

Se è vero che la verità è che non esiste la verità

Allora non esiste la verità

Dunque (a) è falsa

 

Se è falso che la verità è che non esiste la verità

Allora esiste la verità

Dunque (a) è vera

 

Se la contraddizione potesse permettere l'approdo a una qualche certezza stabile, avremmo ancora una via d'uscita da ricercare. Il teorema dello Pseudoscoto però nega questa possibilità. Prendiamo in considerazione la seguente formulazione: CKpNpq ovvero se p et non-p allora q. Considerando p e q come variabili proposizionali se assumiamo come premessa la contraddizione (p e non-p) allora possiamo pervenire a qualunque proposizione, secondo lo Pseudoscoto. Come dire che il principio dialettico su cui si basa la maggior parte della filosofia è una premessa errata di per sé, dunque neanche probabile e dunque la maggior parte della filosofia è pervenuta a conclusioni errate. Neanche la verità prospettica neanche il relativismo più relativo hanno luoghi razionali da abitare se non quelli della doxa fallace. Ecco allora che anche quello che sto dicendo in questo momento non soltanto non è vero ma inutile persino a dirsi. Il naufragio di ogni certezza. E che il mondo sia un continuo inabissarsi di senso, questo mi pare abbastanza evidente, senza necessità di essere vero. Seneca però ci invita a non disperare senza speranza e a non sperare senza disperazione. La speranza in questo caso dovrebbe configurarsi come senso. Un qualche senso. Eppure sembra proprio che il senso sia la disperazione. Meglio il senso della speranza è proprio la disperazione o, se si vuole, il senso della disperazione è la speranza. Dovunque si guardi la speranza e la disperazione sembrano gemelle o comunque in uno stretto rapporto parentale. Il risultato è il "disperante". Il peggior esistenziale dell'esserci, dell'uomo. Non credo che ci sia qualcuno che sia felice di vivere nel "disperante". Disperante è colui che vive l'irreversibilità sperando nella reversibilità degli eventi, ma factum infectum fieri nequit. Non esistendo però alcuna verità anche l'impossibilità non è attestabile come vera. Come dire che c'è un gradiente di probabilità che rende l'impossibile ancora possibile. La speranza è proprio questo convincimento. Una questione di probabilità contro la necessità fisica attestata scientificamente. Anche la probabilità però è attestata scientificamente. Insomma, vivacchiamo tra teorie spacciate per leggi vere, universalmente valide ed estensibili. Ma allora possiamo sostenere che in realtà è tutto verosimile, più che vero?

 

(b) La verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile.

 

Se (b) è vera allora anche quanto detto è verosimile e dunque non è vero; se (b) è falsa allora significa che è falso che non esiste la verità e che esiste soltanto il verosimile; esiste dunque la verità e dunque (b) è vera e si ricomincia daccapo.

 

Se è vero che la verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile

allora non esiste la verità ma soltanto il verosimile

dunque (b) è falsa

 

Se è falso che la verità è che non esiste la verità ma soltanto il verosimile

Allora esiste la verità e non soltanto il verosimile

Dunque (b) è vera.

 

Risultato: il silenzio».

 

Ritornò così a tacere. L'amico se ne andò credendolo pazzo.

10/11/2010

A Claudio Zarcone

Carissimo Claudio Zarcone,

mi perdoni se in punta di piedi mi permetto di commentare la sua lettera.

Per qualsiasi genitore sopravvivere ai figli è senza dubbio l’evento più tragico da reggere nella propria esistenza, persino più tragico della stessa morte. Sceglierla infatti sarebbe molto meno doloroso che sopportare la non-presenza invasiva di quel vuoto. L’unico modo però per ascoltare e vedere quello che un figlio cercava nella morte è avere la forza di prestargli le proprie orecchie e i propri occhi per il resto della vita. È un atto di amore estremo –me ne rendo conto- ma l’unico che possa consentire ancora di assolvere quel compito di protezione che ogni genitore sente nei confronti del proprio figlio. Condivido per tale ragione ogni aspetto e ogni immagine di questo dono che è la sua lettera, a maggior ragione la sua ultimissima dichiarazione, così come il suo commento di rifiuto a qualsiasi consolazione metafisica. Mi addolora il pensiero che qualcuno possa credere che il riparo in escatologiche promesse possa lenire questo taglio inferto di netto alla propria esistenza. Che sia questo, insomma, ciò che manca al pagano, all’agnostico, all’ateo, per ritrovare nella vita –dopo un evento simile- un qualche sapore. Mi addolora chi imprigiona questo suicidio dentro ragioni di inappagamento professionale. Comprendono, i molti, soltanto quando si tratta di uomini soli, abbandonati a se stessi o ai margini di qualsiasi società. Una comprensione egoistica che possa permettere loro di dire a se stessi quanto fortunati siano a vivere come le pietre, ma in compagnia di altre pietre e dentro una casa di pietre resistenti, e con un lavoro di poche pretese a cui in fondo vorrebbero tirare le pietre. Insomma, parrebbe sufficiente non mirare troppo in alto per risolvere il problema o sostare nel basso che fa sentire umili anziché umiliati. Ecco, proprio quando leggo simili follie comprendo suo figlio ancor di più e mi permetto di ridurre il suo “quale” al mio. Comprendo quanto sorda, quanto muta sia questa società persino nel mostrarsi sensibile agli eventi. Troppo stordita da alienanti programmi tv e da mantriche preghiere, troppo inebetita da immagini tecniche e da semidivinità televisive. Ogni tanto, svegliandosi, pronuncia qualche parola che prima di essere di conforto agli altri è in realtà dell’altra droga da autosomministrarsi per dormire. Mi vergogno di quest’umanità alla quale appartengo che licenzia la storia di suo figlio come inopportunamente celebre, mentre continua ad accendere lumini per rimandare a un futuro inesistente la rivolta che non è in grado di affrontare in questa unica vita; per votarsi a ogni nuovo capo che l’aiuti a non ricordare l’inconsistenza e l’inautenticità scelta. Il vero suicidio -quello che approda al nulla attraverso il rifiuto della vita- è proprio quello di massa che la nostra società inconsapevolmente vive e i desti, purtroppo, con essa. Si sorprendono insomma che un ragazzo di ventisette anni abbia scelto di dire sì alla vita sino in fondo, anziché sussistere in questa morte continua dell’essere umano, che non ha più nulla di ontologico, perché alberga nell’effettualità come le cose e non nella realtà come dovrebbe essere. Non si domanda neppure –questo gregge che ormai è e che cristianamente si vanta di essere- se in verità la celebrità che per qualche giorno ha avuto suo figlio non sia dovuta ad altro che a una loro brama di curiosità, che a volte raggiunge l’orrido come nel caso mediatico dell’omicidio di Avetrana. Un voyeurismo che non ha proprio nulla dell’esistenziale heideggeriano attestandosi invece al più squallido livello di antiumanità, che sia mai stato raggiunto, perché schifosamente travestita di umana sensibilità. Fastidiosa, dunque, la scelta di suo figlio, meglio ammutolirla liquidandone la razionalità che l’attraversa come atto irrazionale agito per motivi non troppo condivisibili.

Io l’ammiro, dottor Zarcone, perché ha scritto una lettera che nessuno di noi merita, perché si è confrontato con i molti -di cui ho parlato e di cui forse anch’io faccio parte- con rispetto e gentilezza. Io non ne sarei stata capace. Io, che sono una mamma, li avrei mandati a quel paese senza pensarci un attimo. Che preghino pure il loro dio per non dar peso alle loro alienanti esistente, che guardino la De Filippi per spegnere le ultime attività neuronali che rimangono loro, ma si avvedano dal fare la morale a chi ritiene che l’unica divinità a cui sacrificarsi sia Dike, perché faccia una strage dei burattinai di questo teatrino dell’orrido.

Cordialmente,

Giusy Randazzo

01/11/2010

Vita pensata- N°5- Novembre 2010

Cari amici,

è uscito il numero 5 di Vita pensata. Gli articoli questo mese spaziano dai colori, alla percezione, ai segni sino alla robotica con, tra l'altro, due contributi significativi di affermati studiosi. Tutto, però, ruota sempre intorno all'umana Stimmung -alla tonalità emotiva- che si esplicita nella sezione "Nees" e nelle belle poesie della sezione "Scrittura creativa". Come sempre uno speciale ringraziamento va ai fotografi che arricchiscono gli articoli con splendide immagini.

Un caro saluto e buona lettura,

Giusy Randazzo

Indice

Rivista di Novembre.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Miei contributi in questo numero:

Editoriale (con Alberto Giovanni Biuso)

Stessa traiettoria circolare

Francesca Woodman (con Alberto Giovanni Biuso)

Il colore della luna

 

02/10/2010

Vita pensata n°4

Carissimi,

di nuovo qui per comunicarvi l'uscita del quarto numero della Rivista on line di filosofia Vita pensata. Questa volta va in scena la bellezza in tutte le sue manifestazioni.

Un caro saluto,

Giusy Randazzo

Indice del n° 4 di Vita pensata, Ottobre 2010

Rivista di Ottobre-copertina.jpg

 

 

 

 

 

 

I miei contributi questo mese:

Editoriale (con A.G.Biuso), p.4

Le donne ateniesi, p.30

The man from Earth (con A.G.Biuso), p.49

Donne finte e donne vere, p.60

Per arrivare al Caos che caos!, p.66

01/09/2010

Vita pensata N° 3 - Settembre 2010

Carissimi,

siamo alla terza uscita della Rivista mensile di filosofia Vita pensata. Il numero è arricchito da bellissime fotografie originali -come potrete apprezzare nella versione pdf e youblisher- grazie al contributo di Mario Micciancio, Maurizio Logiacco e Paola Filadelli.

Per una presentazione degli articoli, vi invito a leggere l'editoriale.

Vi ricordo che se volete scaricare il pdf è necessario registrarsi al sito (basterà cliccare sul link per accedere alla pagina di registrazione).

Buona lettura a tutti e un grazie particolare agli autori.

Un caro saluto,

Giusy Randazzo

Indice di questo numero (pdf)

Vita pensata

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