mag 01

Per i cuccioli (maschi e femmine) umani

I cuccioli sono cuccioli. Mi chiedo a quale età per una mamma non lo siano più. È vero, occorre buon senso. Forse però basta poco per farsi i calcoli senza incorrere in grotteschi abbagli. Quando raggiungono gli anta e continuano a comportarsi come fossero degli adolescenti, con ogni probabilità non sono più cuccioli ma dozzinali stronzi. Anche una mamma può comprenderlo senza fatica, purché non sia italiana.

nov 23

La morte della Pizia

La Pizia era davvero una vecchia signora che vaticinava a casaccio? Lei pensava di sì o almeno così scrive Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) nel suo divertente eppur serissimo racconto “La morte della Pizia”.

Ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. […] Quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora […] la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre. (pp.9-10)

Il punto è che il responso della Pizia su Edipo ha invece effetti a tal punto reali da determinare una serie di eventi concatenati che inverosimilmente confermano l’oracolo iniziale. Come un gioco di specchi in cui verità e menzogna s’intrecciano per dar luogo alla realtà dei fatti. Più si va avanti nella storia più il lettore si chiede come sia possibile. Se Edipo è figlio di Giocasta e di Laio, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è invece figlio di Giocasta e di Mnesippo, allora la Pizia ha detto il vero; se Edipo è figlio della Sfinge e dell’auriga Polifonte, allora la Pizia ha detto il vero. E Tiresia? Tiresia è l’indovino grazie al quale Edipo comprende che la profezia si è avverata e che lui ha veramente ucciso suo padre e sposato sua madre. Almeno così è se vi pare. E invece ancora una volta la necessità di scoprire chi ha ucciso Laio, perché la peste a Tebe abbia termine, non è generata dalla volontà degli dèi vaticinata da un veggente cieco che in realtà finge di esserlo –Tiresia, per l’appunto- ma dalla volontà umana, che dà come risultato di determinare i fatti nel senso dell’oracolo di Delfi, pur non volendolo.

Tu, Pannychis, vaticinasti con fantasia, capriccio, arroganza, addirittura con insolenza irriguardosa, insomma: con arguzia blasfema. Io invece commissionai i miei oracoli con fredda premeditazione, con logica ineccepibile, insomma: con razionalità. Ebbene devo ammettere che il tuo oracolo ha fatto centro.[…] Il tuo improbabilissimo responso si è avverato, mentre sono finiti in niente i miei responsi così probabili e dati ragionevolmente con l’intento di far politica, e cambiare il mondo, e renderlo più ragionevole. (pp.65-66)

Insomma, tutti i personaggi coinvolti a cominciare da Edipo sanno tutto e fingono di non sapere, ma ciò che sanno è soltanto una lettura della medesima verità: la profezia della Pizia, da cui sembra non si possa sfuggire poiché qualsiasi evento la conferma. Lei, la Pizia -Pannychis XI- ascolta i testimoni che le compaiono davanti in punto di morte. Sorpresa comprende che l’unica verità è proprio la sua, quella che era nata da una menzogna inverosimile, dall’irrazionalità di un responso infinitamente improbabile. Tiresia con la sua razionalità avrebbe voluto rendere il mondo più ragionevole e invece ha involontariamente operato perché proprio l’irrazionale oracolo della Pizia si avverasse. La necessità regola il caso e determina il corso degli eventi? O il caso regola la necessità? Comunque sia, il caso diviene necessario e la necessità diviene casualità. Due facce della medesima moneta.

In realtà, Pannychis, se c’è una cosa che mi preoccupa […] è che non esistono storie irrilevanti. Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda il tutto. Perché, Pannychis, […] perché con il tuo oracolo hai inventato a verità! (p. 48).

E del mito compare l’intima natura. Assolve una specifica funzione: mettere ordine al disordine casualmente necessario; dare senso all’insensatezza degli eventi; rendere vero l’inverosimile realtà; mostrare le catene della libertà umana. Ma come agisce il mito? Come mette ordine? Come dà senso? Come rende vero? Come mostra le catene? Attraverso il sacro ovvero l’irrazionale procedere delle cose che l’uomo invano cerca di dominare con la razionalità.

 

Friedrich Dürrenmatt

La morte della Pizia (Das Sterben der Phythia)

Traduzione di Renata Colorni

Adelphi, Milano 2010

pp. 68

 

nov 10

A Claudio Zarcone

Carissimo Claudio Zarcone,

mi perdoni se in punta di piedi mi permetto di commentare la sua lettera.

Per qualsiasi genitore sopravvivere ai figli è senza dubbio l’evento più tragico da reggere nella propria esistenza, persino più tragico della stessa morte. Sceglierla infatti sarebbe molto meno doloroso che sopportare la non-presenza invasiva di quel vuoto. L’unico modo però per ascoltare e vedere quello che un figlio cercava nella morte è avere la forza di prestargli le proprie orecchie e i propri occhi per il resto della vita. È un atto di amore estremo –me ne rendo conto- ma l’unico che possa consentire ancora di assolvere quel compito di protezione che ogni genitore sente nei confronti del proprio figlio. Condivido per tale ragione ogni aspetto e ogni immagine di questo dono che è la sua lettera, a maggior ragione la sua ultimissima dichiarazione, così come il suo commento di rifiuto a qualsiasi consolazione metafisica. Mi addolora il pensiero che qualcuno possa credere che il riparo in escatologiche promesse possa lenire questo taglio inferto di netto alla propria esistenza. Che sia questo, insomma, ciò che manca al pagano, all’agnostico, all’ateo, per ritrovare nella vita –dopo un evento simile- un qualche sapore. Mi addolora chi imprigiona questo suicidio dentro ragioni di inappagamento professionale. Comprendono, i molti, soltanto quando si tratta di uomini soli, abbandonati a se stessi o ai margini di qualsiasi società. Una comprensione egoistica che possa permettere loro di dire a se stessi quanto fortunati siano a vivere come le pietre, ma in compagnia di altre pietre e dentro una casa di pietre resistenti, e con un lavoro di poche pretese a cui in fondo vorrebbero tirare le pietre. Insomma, parrebbe sufficiente non mirare troppo in alto per risolvere il problema o sostare nel basso che fa sentire umili anziché umiliati. Ecco, proprio quando leggo simili follie comprendo suo figlio ancor di più e mi permetto di ridurre il suo “quale” al mio. Comprendo quanto sorda, quanto muta sia questa società persino nel mostrarsi sensibile agli eventi. Troppo stordita da alienanti programmi tv e da mantriche preghiere, troppo inebetita da immagini tecniche e da semidivinità televisive. Ogni tanto, svegliandosi, pronuncia qualche parola che prima di essere di conforto agli altri è in realtà dell’altra droga da autosomministrarsi per dormire. Mi vergogno di quest’umanità alla quale appartengo che licenzia la storia di suo figlio come inopportunamente celebre, mentre continua ad accendere lumini per rimandare a un futuro inesistente la rivolta che non è in grado di affrontare in questa unica vita; per votarsi a ogni nuovo capo che l’aiuti a non ricordare l’inconsistenza e l’inautenticità scelta. Il vero suicidio -quello che approda al nulla attraverso il rifiuto della vita- è proprio quello di massa che la nostra società inconsapevolmente vive e i desti, purtroppo, con essa. Si sorprendono insomma che un ragazzo di ventisette anni abbia scelto di dire sì alla vita sino in fondo, anziché sussistere in questa morte continua dell’essere umano, che non ha più nulla di ontologico, perché alberga nell’effettualità come le cose e non nella realtà come dovrebbe essere. Non si domanda neppure –questo gregge che ormai è e che cristianamente si vanta di essere- se in verità la celebrità che per qualche giorno ha avuto suo figlio non sia dovuta ad altro che a una loro brama di curiosità, che a volte raggiunge l’orrido come nel caso mediatico dell’omicidio di Avetrana. Un voyeurismo che non ha proprio nulla dell’esistenziale heideggeriano attestandosi invece al più squallido livello di antiumanità, che sia mai stato raggiunto, perché schifosamente travestita di umana sensibilità. Fastidiosa, dunque, la scelta di suo figlio, meglio ammutolirla liquidandone la razionalità che l’attraversa come atto irrazionale agito per motivi non troppo condivisibili.

Io l’ammiro, dottor Zarcone, perché ha scritto una lettera che nessuno di noi merita, perché si è confrontato con i molti -di cui ho parlato e di cui forse anch’io faccio parte- con rispetto e gentilezza. Io non ne sarei stata capace. Io, che sono una mamma, li avrei mandati a quel paese senza pensarci un attimo. Che preghino pure il loro dio per non dar peso alle loro alienanti esistente, che guardino la De Filippi per spegnere le ultime attività neuronali che rimangono loro, ma si avvedano dal fare la morale a chi ritiene che l’unica divinità a cui sacrificarsi sia Dike, perché faccia una strage dei burattinai di questo teatrino dell’orrido.

Cordialmente,

Giusy Randazzo

giu 14

Italiani!

Stamattina ero presa da una irrefrenabile vis poetica…

Il verdino dei bossini

dà dolore ai missini

eppur votano i serpenti,

tacitando i sentimenti.

Ormai proni al dio potere

son convinti di volere.

Per guidare la nazione

si può scegliere un coglione.

Ecco, dunque, mio elettore,

perché il nostro tricolore

e quell’inno al cuore annesso

son finiti dentro al cesso.

 

mag 02

Su San Cirillo, l’assassino

Noto sempre più spesso che il patriarca di Alessandria, Cirillo (370-444), assassino della filosofa Ipazia, viene difeso dai cattolici, appellandosi alla presunta assenza di prove. Mi chiedo, innanzitutto, quali prove siano necessarie. Invito a leggere i due testi di Luciano Canfora e di Diletta Grella, disponibili su internet, oltre all’interessante raccolta di fonti sul sito Maat.
Credo sia già tanto se, nonostante il periodo di ferocia cristiana, si sia avuta notizia, non soltanto di Ipazia, ma del coinvolgimento di Cirillo, che Socrate Scolastico e Filostorgio, suoi contemporanei, indicano anche se in modo velato. Così come decenni dopo faranno Damascio e lo stesso cattolico Giovanni di Nikiu, che ammette in modo indiretto la responsabilità di Cirillo:

«And when they learnt the place where she was, they proceeded to her and found her seated on a (lofty) chair; and having made her descend they dragged her (…) And they tore off her clothing and dragged her  [till they brought her] through the streets of the city till she died. And they carried her to a place named Cinaron, and they burned her body with fire. And all people surrounded the patriarch Cyril and named him ‘the new Theophilus’; for he destroyed the last remains of idolatry in the city» (The Chronicle of John, Bishop of Nikiou, translated from Zotenberg’s ethiopic text [1916]. Traduzione a cura di R.A.Charles, Christian Roman Empire series, Vol. 4, Evolution Publishing Merchantville, New Jersey 2007, p. 102).

Certo sia Damascio sia Giovanni di Nikiu vissero alcuni decenni dopo Ipazia. Questo è un buon motivo per non credere? Non è però abbastanza per rifiutare recisamente la santità di Cirillo?
Chi ha studiato la storia della chiesa cattolica sa di quali nefandezze è stata capace. Non è necessario ricordare Torquemada.
Ultima fonte che pochi conoscono, a proposito di Ipazia, è Ioannis Malalas (Antiochia, 491-578), storico bizantino, del quale vi riporto la traduzione (realizzata da me e Alberto Biuso) del testo greco di un passo che riguarda proprio Ipazia.

«L’imperatore Teodosio, in quello stesso periodo, ricostruì la grande chiesa che sta in Alessandria; che da allora è chiamata chiesa di Teodosio: fu infatti amico di Cirillo, il vescovo di Alessandria.
Gli Alessandrini, in quel periodo, autorizzati ad agire liberamente dal vescovo, uccisero, gettandola poi nel fuoco, Ipazia, l’insigne filosofa, da tutti celebrata. Era donna di antico valore».
(Ioannis Malalas, Chronographia, in “Corpus scriptorum Historiae Byzantinae”, L XIV V23 10-15 p. 35).

Qualche giorno fa, peraltro, ricercando notizie su Cirillo, ho avuto modo di notare che, anche se i testi cattolici non ne indicano direttamente le responsabilità, sono spesso giustificativi.

«Nella dura tutela del suo ufficio vescovile contro i giudei e i novaziani, non impedì purtroppo l’assassinio della docente di filosofia Ipazia (415) per opera della plebaglia della sua città. […] Egli poi giustificò il suo comportamento dispotico al concilio di Efeso nell’Apologeticus ad imperatorem […]» (AA. VV., Storia della chiesa cattolica, Edizioni Paoline, Milano 1989, p. 240)

È, altresì, interessante notare quel «docente di filosofia». «Filosofa» sarebbe stato troppo?

Andiamo poi alla catechesi di Benedetto XVI, che in parte ho riportato nel mio precendete articolo, il quale non disdegna di usare la seguente espressione per il grande Cirillo, difensore della cristianità:

«La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio».

Ultima riflessione: perché continua sempre a riproporsi il nome di Cirillo? Quali prove necessitiamo, se sono state tutte distrutte dai cattolici di allora, mentre quelli di oggi perseverano a difendere Cirillo? Basta navigare su internet e la tesi che non si hanno prove ritorna come miglior cavallo di battaglia. Il risultato è: non è stato lui.

In Italia siamo tutti garantisti. Non si fanno processi nel XXI secolo agli intoccabili, figuriamoci se non possiamo appellarci al legittimo impedimento nel caso di Cirillo, bello e defunto da millenni. In realtà, c’è stato un tempo in cui la chiesa faceva processi (897) anche ai cadaveri, Papa Formoso docet. Per non parlare di crociate, caccia alle streghe in cui anche la chiesa si dilettò (3 milioni di persone processate per stregoneria fino al 1756, 40 mila condannate a morte, l’80% donne), stragi (Clemente VII, per esempio, chiamato «il boia di Cesena», al secolo Roberto da Ginevra, aveva represso nel 1377 una rivolta nella città romagnola facendo 4 mila vittime), roghi a mai finire, torture e prigionie.

No, non sono necessarie prove per affermare che Cirillo rientra degnamente all’interno della lista dei carnefici cattolici.
È vero Amenábar ricostruisce laddove la storia tace, compreso Cirillo che legge San Paolo. Ma quanti cattolici sanno davvero che le lettere di San Paolo contengono quel passo (e molti altri dello stesso tenore)? Andiamo ad altro. Tutti, per esempio, credono che l’esperimento della nave risalga a Galilei, ma quanti sanno che invece è di Giordano Bruno (Cena de le ceneri, dialogo terzo)? Quanti sanno di Aristarco di Samo e prima di lui di Eraclide Pontico, contemporaneo di Aristotele (praticamente nato e morto negli stessi anni dello stagirita), che ancor prima ipotizzò il movimento delle Terra e la rivoluzione dei pianeti intorno al sole?
Ben vengano dunque le ricostruzioni, quando servono a stimolare anche soltanto il dubbio e per altri la ricerca.
Io però non ho dubbi sulla ferocia di Cirillo.
E per concludere riporto un passo di una bellissima pagina di Guido De Ruggiero:

«L’impresa religiosa di Giuliano passò nella vita dell’impero come una meteora. Dopo la morte di lui, una violenta reazione distrusse rapidamente tutto ciò che la sua fede aveva per un istante sorretto. Il neo-platonismo subì la stessa sorte della religione pagana con la quale aveva accomunato la propria vita, ed ebbe finanche la sua martire in Ippazia (sic), bella e intellettuale figura di donna, uccisa dal furore popolare suscitato dal vescovo Cirillo. Come scolaro di lei viene ricordato il retore Sinesio, che più tardi, convertito al cristianesimo, divenne vescovo». (Guido De Ruggiero, La filosofia greca, Laterza, Vol. II, Bari 1967, p. 302)

mag 01

Su Ipazia di Alessandria, la filosofa

Ore 22.00, 28 aprile 2010

Questa sera ho visto un film. Non vado mai al cinema, ma questa sera sono andata. Un film che aspettavo da tempo, su Ipazia di Alessandria, Agorà, del cileno Alejandro Amenábar. Sono appena tornata. L’anno scorso ho concluso la mia ultima lezione in prima liceo parlando proprio di lei.

Rachel Weisz, attrice protagonista, presta se stessa a Ipazia, riuscendo a far trapelare l’intelligenza arguta, il fascino misterico, la passione teoretica della filosofa.

Basta navigare un po’ in internet per conoscere le polemiche che hanno preceduto il film. Tutti si affannano a scoprire se la Santa Sede abbia o meno fatto pressioni per evitare l’uscita della pellicola nelle nostre sale. Ovviamente c’è chi la considera una trovata della produzione per preparare l’approdo in territorio italiano. Lo stesso regista sembra affermare, in un’intervista, che in realtà il Vaticano non c’entra nulla. Non sono mancati i denigratori del film, che invece lascia incantati e sconcertati. Non mi ha sorpreso trovare così poche persone in sala. Questa è l’Italia. E quando non sono le ragioni di tipo consumistico, arrivano le bieche logiche del potere dominante a impedire il risveglio delle coscienze. La cultura è detenuta in Italia da una schiera di baroni asserviti: ateoretici puri impegnati nella conquista del potere.

Quasi tutti cattolici, ovviamente. Buoni e puri.

Non mi stupisce più niente in questo Paese. Più niente. Un Paese che venera Cirillo come santo (27 giugno) può permettersi di tutto, persino di sospendere il giudizio su un assassino del calibro del personaggio che ho appena citato e che il cursore si vergogna di scrivere nuovamente. Proprio come ha detto durante una conferenza lo storico Franco Cardini, che sospende il giudizio su Cirillo perché la storia non si scrive facendo la lista dei buoni e dei cattivi (conferenza al Museo di Sant’Agostino, Genova, 21 aprile). Tuonava, invece, in quella stessa sede Don Gallo per il quale bisognerebbe eliminarlo dal martirologio.

D’altronde è possibile sospendere il giudizio, senza far ricorso all’epoché fenomenologica, unica soluzione nel rapporto intenzionale col mondo. Sì, sospendiamo il giudizio. Tutti, da domani. Facciamolo, da buoni cristiani. Andiamo per strada e proviamo a spegnere ogni singolo pensiero, a muoverci impedendo che l’automatismo si generi. Spegniamo il cervello ogni qualvolta, imperterriti e senza alcuna formale richiesta da parte nostra, i pensieri si generano: a milioni durante una giornata. D’altronde la televisione ci sta insegnando un modo: pensare i pensieri di altri eludendo i nostri. Forse servirà qualche altro decennio per ritrovarci tutti lobotomizzati, finalmente potremo dire di aver sospeso il giudizio ed essere diventati buoni cristiani così da andare a messa puri come neonati. Sì, perché il cristianesimo ci insegna che non bisogna giudicare, che bisogna porgere l’altra guancia, aiutare gli ammalati, dar da mangiare agli affamati.

E ora ascoltiamo San Paolo, nella prima lettera a Timoteo:

Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o di vesti sontuose, ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà.

La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.

Eh, sì, San Paolo c’era riuscito, aveva sospeso il giudizio. Un puro. Non possiamo dire che sulla via di Damasco non sia stato folgorato. Sarà stato un fulmine. Bisognerebbe mandare questa lettera al ministro Gelmini che sa come far funzionare la scuola e anziché proporre le leggi razziste per compiacere la Lega Nord risolverebbe subito qualche problema di sovrannumero licenziando tutte le donne che sciagurate vogliono insegnare anche agli uomini. Roba da pazzi. Ovviamente anche lei dovrebbe dimettersi essendo donna (in quel caso festeggerò anch’io il 29 giugno).

E invece io, screanzata come sono, giudico Cirillo, forte del fatto che non sono cattolica. Non sono assoggettata a nessuna logica papista e quindi mi posso permettere non soltanto di insegnare (San Paolo e Gelmini permettendo), ma di dire senza paura che il giudizio non si può sospendere, neanche quello sui santi che mi ritrovo sul calendario. Giudico Cirillo e giudico la chiesa di ieri e di oggi. E dico che, del messaggio del giovane Gesù di Nazareth (Jeshu-ha-Notzri), Cirillo ha volutamente travisato tutto. Come ha fatto la chiesa dopo e prima di lui.

Vediamo cosa scrive Benedetto XVI, invece, di questo assassino:

[Cirillo di Alessandria]Legato alla controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi definito «custode dell’esattezza» – da intendersi come custode della vera fede – e addirittura «sigillo dei Padri». Queste antiche espressioni esprimono bene un dato di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della propria teologia con la Tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente nella Tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo stesso. Venerato come Santo sia in Oriente che in Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato Dottore della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un altro importante esponente della patristica greca, san Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel Papa, che in seguito volle proclamare Dottore della Chiesa pure san Giovanni Damasceno, mostrando anche in questo modo la sua convinzione circa l’importanza di quelle tradizioni nell’espressione della dottrina dell’unica Chiesa di Cristo. (BENEDETTO XVI- UDIENZA GENERALE – Piazza San Pietro – Mercoledì, 3 ottobre 2007)

Secondo Nietzsche è esistito un solo cristiano ed è morto sulla croce. Sostiene, inoltre, che Gesù di Nazareth morì troppo giovane: se fosse vissuto ancora avrebbe cambiato idea su tante cose. A mio parere sarebbe diventato pagano praticante e il primo sacrificio che avrebbe fatto per gli dèi, da visionario qual era, l’avrebbe compiuto per allontanare la sventura cristiana dal mondo.



apr 13

Esistere è resistere

Prima della soluzione finale pratichiamo l’ottimismo della volontà.

E’ un dovere coltivare la speranza.

Vi invito a visitare questo sito:

www.losbarco.org

Un abbraccio,

Giusy Randazzo

mar 27

Una filosofia della fotografia

Carissimi,

vi informo che lunedì, 29 marzo alle ore 21.15, presso l’Associazione Arci Il forte, via G. Semeria 4/2 (Genova), terrò una conferenza dal titolo: Una filosofia della fotografia.

L’ingresso è, come al solito, aperto a tutti e gratuito.

Per informazioni dettagliate sul luogo dove si terrà la conferenza seguite il link: http://www.fotoclubilforte.it/dovesiamo.html

Locandina: Una filosofia della fotografia

Abstract

La fotografia si fa filosofia ogni volta che osservando il mondo coglie la sua immagine, che sfugge a occhi disattenti. Proprio però a questi occhi essa si rivolge permettendo all’essere umano di fermarsi ricercando nel tempo la sua identità, non solo come individuo ma anche come abitatore della storia. La fotografia è il segno tangibile della conciliazione, dell’orrore e della bellezza. In una parola, è il segno di chi siamo, di dove siamo e di ciò che dovremmo essere. La fotografia risponde dunque a suo modo all’originario quesito filosofico.

Un caro saluto e buone feste a tutti voi.

Giusy Randazzo

Locandina_filosofia_fotografia.jpg

mar 15

Enigmatica grazia

18 marzo 2010, alle ore 21.00, l’Associazione “Koiné” di Pontedecimo (Genova) invita all’evento “Enigmatica grazia. La festa delle donne è tutto l’anno“, dialogo sulla donna tra due filosofi, Alberto Giovanni Biuso e Giusy Randazzo, e con il pubblico.

Per info: battistina.dellepiane@cheapnet.it oppure 010-715240.


Dialogo sulla donna tra due filosofi e con il pubblico

Il racconto delle vite di alcuni personaggi, in situazioni ed epoche diverse, s’intreccerà con i molti interrogativi che anche nel nostro tempo mostrano come il discorso sul femminile non sia esaurito. A cadenzare l’incontro saranno alcune letture scelte dai filosofi e recitate da giovani donne.

 

Scarica locandina

Ingresso gratuito.

Seguirà piccolo rinfresco.


gen 22

Presentazione alla Feltrinelli

Carissimi,

ho il piacere di informarvi che giorno 26 gennaio alle ore 18.00, presso la Feltrinelli di Genova, via Ceccardi 16r, il Professor Alberto Giovanni Biuso, dell’Università di Catania, presenterà due testi, editi da Erga, riguardanti la Metodologia della Narrazione e della Riflessione, di cui sono coautrice. Sarà presente anche il Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria, Anna Maria Dominici.

L’ingresso è ovviamente gratuito.

Locandina

Per informazione sull’attività svolta dall’USP di Genova, in collabrazione con l’associazione di promozione sociale ‘Il Moltiplicatore’, in merito alla Metodologia della Narrazione e della Riflessione, visita il sito: www.sicurascuola.com

Vi aspetto.

Un caro saluto,

Giusy Randazzo

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